Non chiederei ora del tuo sesso un chi
Avevi un corpo a nido d'anima,
un alveare di raccolta;
industriavano i pensieri un miele denso
sul giglio alto della coscia,
aperto al golfo delle labbra,
al sapore di talune bucce
amare. Il succo novello di quell'uva
portava il sigillo delle tue ginocchia
allo scoperto stame del mio fiore.
Quindi ti visitai
col passo delle processioni. Interno alla navata dei tuoi seni
il cuore stava cupo: nemmeno un cenno di respiro,
quasi un traguardo l'iride
- come in ogni sguardo basso - si presenta al dolore:
così ti nacque la partenza.
Non chiederei, ora, del tuo sesso un chi
perché poi si potrebbe della fiamma un come,
all'ombra vaga della sera
- quest'annottare sobrio
in cui m'attardo al canto -
e un dove e un quando,
ma quasi in lei, mi cedo sparso al davanzale:
come un firmamento mal raccolto in ogni vetro
o quell'incauto sciame di risposte.
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Commenti (2)
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Clodiaf09049 dicembre 2009
Struttura sorvegliatissima e serrata logica in questa poesia che parla di come, al richiamo dell'attrazione sessuale, non sia importante definire il sesso dell'altro bensì il proprio desiderio.
Pietro Roversi10 dicembre 2009
Pericolose le metafore estese. Perlomeno indicano una coerenza dall'inizio alla fine del testo. Ma scricchiolano, e rovinano il piacere dei versi giusti singoli. Un po' di tagli forse la migliorerebbero? Ma forse invece va bene com'e'. Rileggendola: è perfetta. Allora come ogni testo difficile va ottimo non ci piace dal principio ma poi invece non ci lascia piu'. Mi scuso per le critiche inappropriate dell'altra volta.

