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Pietro Roversi
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L'uomo a braccia protese stringe il figlio
alle caviglie, e lo regge in verticale.
Assieme formano due L maiuscole
concatenate, che condividono
il tratto orizzontale: una rovesciata
(l'angolo dove la scapola dell'uomo
s'incastra alla clavicola), l'altra
più piccola, diritta (l'angolo sopra dove
le nocche toccano i malleoli). Fieri, ridono
entrambi all'obiettivo. Doveva avere braccia
muscolose quest'uomo da giovane,
o era magro il bambino da piccolo,
o tutte e due le cose. Quella forza
scesa attraverso gli anni è ancora viva,
solida più delle vertebre,
flessibile più delle ginocchia, schiva
ma diligente, affidabile, nascosta:
si irradia positiva come un nervo, sorgiva
prende come un sorriso gli occhi. Solo,
la parte ora si ribalta ed è l'adulto
di un tempo che riceve la cura, la sua debolezza
di vecchio che fa tenerezza. Ma chi accudiva
chi, già allora? La fedeltà
del figlio, la bontà
del padre, oggi forse si piegano
ma non si spezzano ancora. Lo spettatore
li rispetta, li ammira, li invidia,
al di là di ogni differenza che dia
ospitalità all'età.
La rarità innamora
anche senza parole, la paternità
invecchia ma non muore: entrambe si apprendono
dall'immagine della prole che protegge un genitore.
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L'autore
Pietro Roversi
Sono un anarchico tradizionalista, un rivoluzionario conservatore e un iconoclasta benigno. Nella vita faccio il biologo strutturale, in Inghilterra. Ho scritto più di 500 poesie in 25 anni. A Settembre 2018 è uscito il mio ultimo libro: "Tirare l’acqua" (Gattomerlino Edizioni, Roma, 2018). Nell’autunno 2017 sono usc
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