Dragare
I lividi neri della mia coscenza sono appendici dolenti del malumore.
Nei prati bagnati dalla rugiada si esercita la mia poesia.
Sono un ogetto difforme da mille decaloghi.
Pienezza e virtù rincorro nel bisogno concreto.
Volgere le spalle al mio eterno compromesso diffama la mia dignità.
Sproloqui e anticristi coltivano sementi blasfemi.
L'unica verità che rosseggia l'orizzonte è la mia malinconia.
Ma le ultime grida del potere non colgono più il segno.
Nel regno delle mille incindenze vaga l'aura fantastica.
I sogni invecchiati al Sole infondono luce ai miei occhi.
Ho vissuto nel grigiore delle prigioni riempendo l'anima di nuovi dolori.
La cattività, ultima spes, coltiva frutti generosi e terapeutici.
Dragando il limo di questi pensieri laverò a fondo il letto del fiume.
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Commenti (1)
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senzamaninbicicletta28 ottobre 2010
poesia di livello. molto descrittiva (io avrei formattato diversamente i versi) introspettiva molto apprezzata, complimenti