L'ostaggio tra le falde
Giorgia Spurio
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Il caffè – caldo-
mi guardava, mi ingoiava.
E tu, seduto in disparte,
a cercare in fumo e sigarette,
le parole per –non lasciarmi-
abbandonarmi dalla morsa,
una stretta troppo dolorosa,
di mani –che mi accarezzasti-
di baci –che si infrangono-
come vetri di questo bar
che rubano il disegno alla tua bocca.
Il tuo è un profilo,
di linee che non volevo lacrime.
-Mai ho promesso di piangere per un uomo-
E mi lasci, ora,
tra profumi di chicchi macinati
e di prese in giro distorte
come violoncelli -che ho stretto tra le cosce-
vibrando le mani
che correvano sulle corde
-in convulsioni di pianti e di felicità-
di solitudini appese al calore delle lampade.
Quante volte ho arrampicato dita
su, per il legno di un suono
cercando la tonalità della tua voce
in una melodia stringendo
-il midollo alla commozione e le pupille alle ciglia,
fino a diventar cieca-
le palpebre su cui si posavano i pianoforti
e i sax per le città,
cercavo il loro respiro,
-Dio, e suonavo,
e divoravo ogni bulimia
dal soffitto che cadeva,
e tremava la stanza e le sue ossa
e volevo il suo estatico sospiro-.
Di tutto che ruotava,
e tu che mi ascoltavi...
ed ora mi lasci,
bollente come il buio
di questo caffè
prigioniero tra porcellane
bianche,
come le luci, neon che si spengono
di un’insegna, e balbetta,
sillaba lettere e farfuglia,
lì, dove sono ostaggio di me stessa.
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L'autore
Giorgia Spurio
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