Iliade libro XXV - (La sfida di Enea ad Achille)
Stefano Drakul Canepa
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Uscia dalle mura Enea armato
di spada lucente, d’argento
la corazza posta sulla giovane
figura con la Diva al fianco,
rabbiosa d’amore e morte.
Come vide Achille, gelido
uccisor del valoroso Ettorre,
esplose in furore funesto,
fiammeggiando sotto le palpebre
di un rosso scaturito dall’Ade.
"Impietoso Pelide che abbattesti
Ettorre con la tua lancia
forgiata nelle fucine di Vulcano,
affronta ora la spada di Troia
e guerreggia col ferro che già
il valoroso sposo d’Andromaca
strinse nel suo pugno, che già
Priamo mi diede per vendicare
il sangue col sangue, la morte
con la morte. Lascia il suo corpo
agli onori delle sacre pire
ed affronta il tuo destino d’eroe
senza pietà per il valore altrui".
Alla fine delle parole fermò i gesti,
poi s’apprestò ad Achille immobile
e terminò i passi. Fattosi vicino
il Pelide osservò con ciglio fermo,
lasciando il corpo di Ettorre
legato al carro, ancora lordo
di sangue e di terra color porpora.
"Chi cerchi di salvar pazzo guerriero?
Il tuo eroe è ormai oltre l’Acheronte
e la tua città perduta. Salva la vita,
se non l’onore, fuggi lo scontro.
Cosi come tolsi la vita al tuo eroe,
cosi toglierò la tua e al sangue
d’Ettorre si sommerà il tuo, caldo,
su questa terra della tua amata Troia".
Scagliò Enea contro Achille il suo primo
fendente, ma l’acuta spada conficcossi
fra il terzo e il quarto degli strati
dello scudo forgiato da Vulcano.
Achille indietreggiò e si fermò,
ancora incredulo di tanto ardore.
Retrocesse e poi avanzò fulmineo
come liòn allo strazio di gazzella.
"Misero! Al fianco tuo già vedo
la nera signora in attesa impaziente.
Presto incontrerai il principe tuo
nell’oscuro regno dei morti".
Cosi disse l’Acheo e ruotò il ferro
incontrando la spada d’Enea lucente
con un fragor di fuoco e fiamma.
Poi ruotò ancora e colse il giovane
guerriero tra l’elmo e la corazza,
scheggiando il punto dove il collo
si congiunge al bordo e ferendo
il cuoio di torbido dolore e sorpresa.
Dall’alto delle mura Priamo vedeva
e tremava, scorgendo il suo giovane
eroe battersi con il guerriero più temuto,
con il dio del dolore ancora sporco
del sangue di Ettore. Ai troiani cosi:
"Muovi veloce, figlio diletto,
nell’aspra pugna, nel sangue
e nella polve salva la città di Troia,
salva il corpo d’Ettorre dalla furia
cieca del suo uccisor impacabile.
Se però il braccio tuo trema, figlio,
salva la vita e fuggi, che l’onore
già è salvo per il tuo coraggio puro"
Incalzò Achille con altri fendenti
mentre Enea parava col ferro i colpi
ritraendo i passi e piegando lo scudo
ad ischivar la morte sotto i precisi
affondi del divino guerriero acheo.
Retrocesse ancora ma piegato
il ginocchio, cadde. E cadendo
risonò di ferro e di clamore orrendo
che giungeva dalla folla di Troia,
diffondendosi teso e greve lutto.
Esitò Achille vedendo Enea ferito
nella polve, ma ancora vigile
con il ferro stretto nel pugno saldo.
Ancora forte di rabbia e orgoglio,
si levò benché piagato sulle gambe,
sporco di sabbia e del sangue d’Ettorre.
"Sarà il sangue del grande guerriero
il cui corpo hai profanato a vendicare
i lutti, ad asciugar le lagrime della gente
mia in questo tramonto di rovina".
Scese allora veloce Marte a tenere
saldo il giovane braccio di Enea,
a dare forza alla sua agile danza
di ferro e lama. Finse un affondo
il giovane troiano, ingannando
il grande Achille e mulinando
un obliquo roverso ridoppio verso
il fianco destro del feroce Pelide.
Con la lama infrange i nervi
e l’osso fra l’elmo e il collo,
copioso il sangue si riversa e le luci
d’Achille abbuiano per un istante
a lui fatale, Enea colpisce per una
seconda volta al viso immergendo
la punta nella polpa fra il petto e il collo,
finché l’elsa non si ferma sul cuoio
arrossato del guerriero Acheo.
Cadde in ginocchio il valoroso,
"La mano di Marte mi ha sconfitto,
tu giovane rampollo di questa città
in decadenza non sei degno, non sei
degno della mia purpurea morte".
Ei cadde fragoroso, vinto dal Dio,
dal ferro che aveva inciso l’osso
e la carne. E sul viso la rabbiosa,
eterna notte lo prese con sè.
Enea ferito sentiva il soffio del Dio
al suo fianco ed un vasto fuoco
sulla pelle e nell’anima un veleno
d’Ecate a corrodere il cuore.
Poi in un attimo il silenzio
dalle mura di Troia si fece sollievo,
e la rabbia dolore per il principe
ucciso, per i lutti, i compagni
scomparsi, la città ferita.
E la battaglia, l’onore. Solo polvere,
sangue, sudore e morte oscura.
Il sangue di Achille e d’ Ettorre
mischiati al fango della terra di Troia.
©
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L'autore
Stefano Drakul Canepa
Commenti (1)
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Laura Maira14 dicembre 2011
Grandissimo, immenso capolavoro epico! Quali parole possono tributare onore alla bellezza di questi versi dal maestoso respiro? Sono sinceramente ammirata! Complimenti e rileggo con piacere e interesse più volte. Lo merita

