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Introspezione 17 dicembre 2011 · lettura 2 min · 2242 letture

Lamento

Alessandro Labriola 270 poesie pubblicate
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Pioggia e luce si contendono l'Immenso - e così l'anima mia d'algida consistenza, s'agita e si libra bassa nell'angosciosa disputa per la sua sorte; mentre generose comete riflesse cingono l'altare d'edera, separano i ricordi e poi creste e vetri brillanti imperlati di sangue. No madre, non tornare quando i venti arroventati fischiano tra i seggi alati degli orti; quanta pena e quante ferite a ridosso di quei festanti inquilini e bastardi scavati dalla fame. Le pietre rosa, i cristalli vomitati dall'Africa: adornano le loro fronti cornute godendo d'una qualche superiorità atavica e triste - ciò che è legge Oh Madre, Madre vera taci! Seno mio: questo è il tempo dichiarato al lutto che gli angeli rifiutano e sbeffeggiano dietro nuvole di cotone madido. Una disperazione tacita mai sorta - e mai udite sono state: le mie grida stridenti, rovesciate indolenti al giglio sfarzoso come al galoppo della civiltà assordante; le perle nella bufera non vedo, il sestiere rosso si allaga compiacente divorando le ultime scialuppe incrostate: tutte le aborrite mostruosità degli oceani fluttuano invisibili agli altri nell'incubo, conducendomi nudo ad un igienica pazzia - una tacita e costante allucinazione di ballerine monche, squali imbrattati... e Madre ancora ritorni con le mani aperte nell'interminabile affondo: a turbare queste giornate. Affinché io ne sia liberato mi sia dato altro veleno! che la sobrietà uccise tutte quelle dolcezze soffocando le distese vermiglie della mia Indole sincera. Io corrotto e corruzione vado implorando all'amore sporco un'altro corpo: di quei petti unici e quelle Lune gemelle che fanno ribollire il lago ombroso nelle litanie dei chiostri ammiccanti, abbiate fede nei Vostri usi essi vi salvano dagli orrori zelanti di una coscienza troppo vispa e un occhio nervoso che non ricordano neppure i sapori - di ieri, di oggi Un lapidario lamento definito arte, così affascinante per la "bella società" - non v'ingannate Signori, io vi cederei tutto volentieri per le vertebre argentate di quella collina e una sola notte di pace.
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Cosa rimane di noi, di quei tempi... a F. C.

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Alessandro Labriola
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Commenti (4)

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EnzoL17 dicembre 2011

e cosa, cosa al mondo può distruggere un uomo, un intelletto... rendendolo schiavo, straziato e ferito più del tradimento di una madre... cosa può oltraggiare il cuore e l'anima, se non l'abbandono celato dalle ipocrisie. in questo meraviglioso testo s'esprime un canto amaro, a me tanto famigliare ... vicino agli incubi che penzolano giornalmente nella mente. i versi sono un concentrato di forte amarezza, disincantati fino all'ultima virgola... la strofa che più mi ha colpito e la decima... ed è li che il peccato ha preso la forma... il rinnegare se stesso per errori che non riguardano l'attore... una grandissimo lavoro, vero e ferroso... versi che si scolpiscono nell'aria un capolavoro

Angela Fragiacomo17 dicembre 2011

lapidario e doloroso lamento... nasce dalla sofferenza, tanto più quando non sia esibita, ma vissuta nell'isolamento d'una coscienza spiccata e lucida, che tenti una qualche spiegazione, e poi una via da percorrere... e nel tentativo, affondi nell'oscurità della corruzione unanime di questa società...ed infine, dolorante e pesto approdi all'arte, come canale di sfiato... allora sì, arte sia... e lor signori non sapranno mai a che prezzo! non aggiungo altro... semplicemente m'inchino!

Laura Maira19 dicembre 2011

Una sola notte di pace sia possibile nella pece di questo dolore atroce. Ossessione di pianto, il lamento mai stanco. Il fantasma del passato. L'autore è stato l'Eccellenza dell'Arte.

Grazia Bianco16 febbraio 2012

Versi che trasudano dolore e tristezza... veli impietosi che fagocitano l'anima urlante...