L'ortolana
Lena Orfeo
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L'ortolana me la ricordo piegata.
Un orso femmina
riversa anch'essa in un cesto di patate.
Assolata e languida,
contadina nelle mani e dura del suo uomo,
dei figli da tempo partoriti e nipoti assai nutriti.
Gallin per l'aia nel fetido letamaio
e granturco picchiettato di terriccio
tra cani sciolti in preda a scodinzolii
e gatti sornioni in una bambagia di fieno.
Me la ricordo
alle prese con la bilancia senz'ago
tra carote, sedano e insalatina
non convinta ad elargire fagiolini.
Troppo nude le piante, troppo assolate
nell'infinita arsura della terra,
per cui inutile imprecare...
Ronzava impercettibile una mosca maligna
a stropicciarsi le ali con insolito candore,
impollinando altrimenti il manto d'una capra,
barbuta anch'essa
e anch'essa incerta sul da farsi.
In attesa che il giorno finisse
e la notte raggomitolasse il peso nel peso,
e che un pezzo di nuca canuta,
incontrando il suono dell'ottone,
riemergesse al canto del gallo
e all'ennesimo giorno
che prima nasce e dopo muore.
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