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Natura 27 marzo 2012 · lettura 5 min · 1445 letture

Inno a Nisyros

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giuseppe gianpaolo casarini 1474 poesie pubblicate
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I: Laggiù nella bocca del vulcano Giù verso il fondo del cratere pronto senza fatica e lestamente alla fin del tondo vaso giunto così al cuor alla vista e mente quali emozioni e sentimenti: una bocca muta semispenta, sacra vision un tempo quando di fiamme vive fuoco ardente di boati e gemiti nutrivasi sì che alle ingenue antiche genti temuto richiam era a divine mitologiche figure: ecco di Efesto il dio la fucina fumante ardente negra poi quello i Ciclopi operosi chini a lavorar metalli, così cantavano ancor cantano i versi di cantor sì noti e cari. Nel silenzio della distesa ampia di fine terra fatta cristallina bianco bianco- cinereo il suo aspetto aspro il sapor fumigante anco bruciante per il nascente zolfo e suoi composti ultima lenta a respirar fatica rantolo agonizzante di quello un tempo vivo e tonante fuoco ecco tutto di colpo lì m’accolse: storditi mi furon magicamente i sensi. Così estasiato ilare degli affanni dimentico del presente del tempo quotidiano il pensier ad altri tempi corse, al ribollir del magma ardente al crepitar di fiamme rumor funesti al timor della gente di allora alle ansie loro al presagio forse di una cattiva sorte, questo poi un tempo avvenne: spenta sotto la cenere e sepolta di Nisyros la vita, caducità del tempo delle cose... II: Il carrubo e la casa abbandonata A distrar quei filosofici ardui pensieri caducità del tempo delle cose, sepolta sotto la cenere di Nisyros fu la vita, della mente l’errar in altri sogni trasse la salita, la vista tolse il cuor scoppiare asciugò la bocca di vita svuotò i polmoni annebbiati i pensieri fuorché uno: cercare vivo o morto di risalir la china. Così per dura risalita affranto corre lieto il ricordo ad un carrubo stanco che a una bianca casa sola abbandonata faceva solitaria struggente compagnia. Nel silenzio dell’ora muto l’aria afosa scanno gradito un duro gradino di granito sbriciolato dell’androne, frescura dolce all’accaldato corpo quel tremolante incerto per rade foglie dal vento mosse al sole forte dell’Egeo filtro discreto della pianta. La stanchezza languente quel silenzio il sussurro del mare lieve da lontano nuovamente portaron alla mente a quel tentar del filosofare sognante mio. Pensieri in libertà pura sciolta fantasia scese poi rapida nell’ombra mobile la sera una barca alla spiaggia sapevo m'attendeva uno sguardo alla casa a quel carrubo con me quattro carrube prese per ricordo. III: Un gatto grigio e una lucertolina Nella brezza marina della sera l’onda calma fendeva la barca svelta da Nisyros scivolando via, un'allegra boema compagnia Skoda làsky cantava il verso di un gabbiano lì giunto sopra in volo il canto accompagnar parea, altri i pensieri miei le riflessioni mie. Lontano portavan le carrube acerbe nella mano da poco colte là vicino dal carrubo stanco amico della casa bianca ormai da tempo abbandonata. Occhi spenti di quella le finestre marcescenti, dal tarlo tormentato della porta il legno suo, non metallo la serratura ma ruggine ferrigna, qual rintocco funereo che timore al cuore dava sbatteva lì pendolo dando colpo sopra colpo al consunto palo di chiusura un dentato cancelletto, qual sentinella disarmata ad un orto, un tempo, fitta qui sterpaglia: disseccate erbe qualche cardo raro solitario, di quel lignei frammenti dei suoi denti parte a terra sparsi, non più ritti storti al tocco tremolanti i pochi tre o quattro ricordo i rimanenti. Pure sovvien un grigio gatto furtivo solitario che tra l’erbe arse qual segno di non spenta vita passò veloce e fuggì via e quel danzar poi leggiadro sui muri tormentati dal giallo- verde color d’una lucertolina ch'achessa ratta ratta poi sparì entrando tra le crepe. Nel luogo allor nel momento non segni di mera morte lor solo e quel carrubo fisso fisso senza movimenti se non le magre foglie smunte da tempo per le latenti spente dimenticate cure a fatica mosse a toccar più alto il sovrastante cielo, solo secche carrube ai piedi, secche, d’anima svuotate semimorti semi, non morte no ma ancor di vita vive davano segnale quelle sue carrube dal color acerbo spento poche che meste dai rami suoi la residua linfa suggendo al tronco negavano sostanza. Nisyros già lontana di Kos la spiaggia più vicina cessato il boemo armonioso canto quelle vite viventi la mente ancor portaron a quel tentar voler filosofare sognante mio. Di quel vecchio gatto grigio quali i suoi pensier? Finita dove quella lucertolina variopinta dal moto serpegiante? Quali i legami e le memorie loro forse un tempo lontan con chi lì vi abitava lontano lontan poi migrato certo in cerca di fortuna? Si sarebbero un giorno ignoto ritrovati quale poi la sorte qual il lor futur destino? Pensieri in libertà pura sciolt ch'allor vagava tanto fantasia e solo mia.
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Nissyros una picola isola della Grecia, situata a sud di Kalymnos e Kos e e a nord di Tilos, e stata formata da eruzioni vulcaniche con la quale s'intreccia la sua storia. Primi abitanti dell'isola furono probabilmente i Kari ma hanno lasciato tracce anche altri abitanti provenienti da Kos, Tessalia e Rodi. Qui un unico testo dal titolo Inno a Nisyros dei tre quadri in successione a suo tempo presentati singolarmente e poi rimossi.

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L'autore
giuseppe gianpaolo casarini

Nato a Milano il 25-04-1940 Residente a Binasco (MI) Pensionato Dr. in Chimica Industriale M.Sc. Specialista in Scienza e Tecnica dei Fenomeni di Corrosione

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Commenti (1)

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Berta Biagini28 marzo 2012

Come precisa l’autore nella parte caudale, non credo che siano pensieri unici quelli di chi scrive – precisazioni che sempre frullano nella mente, quando ci accorgiamo che piano piano accanto a noi e d’intorno tutto tende a finire – tristezza e amarezza invadono ed un piccolo sfogo non fa mai male. Le poesie dell’autore sono sovente una fonte di lezioni alle quali non possiamo fare a meno di assistere.