Specchi infranti
Stefano Drakul Canepa
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rive lontane
a infrangere il mare
su uno sguardo
Le ombre celate che sfioravano il tuo corpo
erano respiri d'inganno, che al piacere alternavano
velluti e corde, ripide voglie fra due rive di rovo.
Tu aspettavi graffi e carezze, declivi insonni di blu.
Il mattino invece era viola, era aria spalancata
che soffiava dal vento alla tua pelle diafana
in una bava lontana, appena calda di rintocco
e di brivido aperto all'alba che lenta se ne andava.
Fra le due stagioni era il tramonto, torrido legno
ancora sporcato dei colori ambrati di un cielo ignaro,
faro del fiume di questo nostro incedere muto.
Tu aspettavi il silenzio, la marea lieve del dolore.
Le nuvole acide che corrodevano il tuo corpo
erano stringhe di cuoio a stringere polsi e ciglia,
laghi e caviglie appena dischiuse su un'onda ritrosa.
Ed ogni posa, ogni lama pallida feriva i nostri giorni.
Tu avevi atteso a lungo i miei sguardi,
specchi infranti a ricamo di un mare amaro.
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L'autore
Stefano Drakul Canepa
Commenti (2)
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Maurizio Spaccasassi27 aprile 2012
Poesia che si presenta con una terzina iniziale che a mio avviso è la causa che richiama al ricordo. Belle le sinestesie che rendono vivo ogni verso, lo scenario appare come una sorta sbiadite immagini appositamente accentuate: Mi ha colpito, complimenti.
Jade27 aprile 2012
Ricordi taglienti, che feriscono ancora come una lama. Uno scenario che ai miei occhi appare in bianco e nero, come una vecchia pellicola che il dolore interiore continua a riesumare. Sei sempre coinvolgente nel tuo fraseggiare impeccabile ed elegante. Adoro la tua malinconia poetica.


