Egloga II
“Disteso all’ombra della quercia te ne stai, o Nerio
mentre a noi esodati costringono a lasciare il posto“
“Un falso dio ci fece, o Pomata, a quest’ozi:
di greggi pingui falsamente parlava e di caciotte,
ma guarda tu stesso nei campi che scompiglio totale!
Alcuni predicevano questa sventura, ma la mente
dei molti fu troppo folle; io stesso, dal lavoro
esiliato che bianca la barba non cadeva ancora davanti al barbiere,
per ventura questi pascoli comprai a confine con Corintone,
che suona la zampogna”
“Certo non t’invidio, mi meraviglio piuttosto:
può la mente umana esser tanto sciocca?
Il pecus affidammo ad un lupo, e la devastazione
è ora immagine vera”
“E il nuovo padrone del gregge fa quel che può,
sì deprivate e secche son le mammelle che non v’è mestier
di guadare alla riva men spoglia: ho io però il mio campicello
ed ora spingo in avanti le capre”
“Vecchio fortunato, i campi dunque sono tuoi
sebbene la nuda pietra e la palude
con giungo fangoso i pascoli copra;
fortunato vecchio, qui cercherai tra fiumi noti
e sacre fonti il fresco dell’estate, qui
la siepe gustata dalle api nel fiore del salice
con lieve sussurro ti farà sonnacchiare, qui
sotto l’alta rupe il potatore canterà alle brezze
né le roche colombe e la tortora cesseranno di gemere”
“Ma tu riposa qui questa notte, frutta matura abbiamo
e dolci castagne e già lontano i comignoli fumano
e sempre più grandi cadono dagli alti monti le ombre”
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L'autore
paolo corinto tiberio
Prima, quand'ero piccolo acchiappavo l'aria con le manine poi le lucciole, poi le lucertole poi acchiappavo le nuvole; ed ora che sono cresciuto acchiappo i fantasmi da adulto
Commenti (1)
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carla composto6 giugno 2012
intensa ben scritta... belle metafore... molto apprezzata... bravo l'autore...
