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Satira 21 agosto 2012 · lettura 3 min · 882 letture

Il Camposanto

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nello vittorio maruca 381 poesie pubblicate
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Coperto d’un lenzuolo di bianco lino mi ritrovai disteso sotto un pino. 'l loco mi parea squallido e nero e tutto m’appariva gran mistero. Strani rumor, fruscii, non voci o lamenti, non alcun presente, non eran viventi, ma com’infiniti oceani pianeggianti solo lanterne fievoli e tremanti. Forte mi pulsava core entro lo petto, sparire avrei voluto, ma, fui interdetto. E di freddo tremando e di paura la mente si volgea a gran sciagura. Sussultando, stordito e impaurito mi rigirai un poco e guardai indietro da dove mi parea giungessero suoni d’inestricabili voci e di scarponi. Lenta cadenza, andatura austera avanzavano ver me, in veste nera, con 'n mano una un bastone dorato, l’altra, sul braccio, un pastrano ornato due alte figure di nobile casato con lo stemma sul petto disegnato. M’apprestai ad inchino riverente, ma giraro tosto lato ponente. Consolato di sì tanta presenza stanco, sedetti sopra una sporgenza che mi pareva essere un muretto invece, ahimè, trattavasi d’ometto. Con tanto spazio che ti trovi intorno non mi par vero che non senti scorno d’appollaiarti sul mio teschio scarno come su ceppo di pietra di marmo. Giammai avrei osato così tanto se non avessi pensato lungi alquanto essere tu prossimo a un vivente 'n questo campo ove l’umano è assente. Poiché la mente mia è allo sbaraglio vogliami perdonare per lo sbaglio, per non avere in tempo conosciuto chi come me, 'n terra, era pasciuto. Mi girai, una grande distesa di viole, lui squagliato come neve al sole. Poggiai la mano sopra una casupola, caddi su un prato coltivato a rucola. Tre cagnolini dal pezzato pelo guaivano tremanti intorno a un palo mentre due donne dal vestito nero avanzano ver me a passo leggero. Dover di cortesia m’impone inchino ma già rivolte altrove, dietro un pino, ignorar lo saluto e a passo lesto, a testa china e con fare mesto girar attorno un grande casolare dove erano più cani ad abbaiare. Per chetare la morsa della fame, seppure in pantofole e pigiama, l’abbaiare dei cani l’un l’altr’ostile tosto mi portarono in cortile ché l’alba da tre ore era già sorta e i poveracci non avean più scorta.
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L'autore
nello vittorio maruca

l'esperienza mi ha indirizzato sulla strada dell' umilta', l'umilta' e' ora la mia forza.

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