Il pagliaccio
Gabriele L
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Dentro la palla di cristallo,
guardo il mondo esterno,
nitido ma intoccabile.
L'uomo con la maschera da pagliaccio
compare spesso da dietro l'angolo
e mi trascina nel suo mondo.
Evito di guardarlo negli occhi,
è facile farlo, basta bere o prender gocce
e lui se ne va, regalando palloncini che sfiorano il suolo.
Brandelli dei suoi vestiti sono ovunque,
la preseza è costante e manciate di coriandoli
mi tappano la bocca e il naso.
Io continuo da anni a sputarli via,
voglio respirare e vivere, ma la sfera di cristallo si sta riempiendo,
e aria ce n'è poca ormai.
Devo intaccare questo maledetto vetro,
far entrare aria nuova nei miei polmoni,
nel mio cervello.
Quando compare il pagliaccio,
il cuore batte all'impazzata, sudo, tremo.
Dio! Portalo via da me.
Intanto, mentre scrivo,
organetti da parco giochi e circo,
invadono l'etere.
Sono chiuso qui, non trovo l'uscita,
e sorrido a gente che non conosco e che non mi sorride,
mentre là fuori, infinite emozioni sfiorano la mia cristallina prigione.
Sono cieco perché non ho la forza di togliermi le mani dagli occhi,
nel mondo dei vivi solo perché respiro,
ma non vivo, soffro, arranco.
Non la darò mai vinta al pagliaccio.
Un giorno, prenderò questa palla di vetro in mano,
la agiterò e vedro la neve coprire il clown, mentre piangerà, immobile.
©
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