Mangiami
Fugge, scompare in una metafora di luci e colori funerei.
La sua fine, il bianco, diventa il suo inizio,
mentre il suo inizio, il viola, diventa la sua fine.
Il cibo, esso stesso inizio e fine, eros e morte,
nascita ed escremento.
Materialità ossessiva del mangiare,
nella sua ambiguità la vita esaurisce se stessa e il suo contrario.
Eccesso dell'ossessione del cibo.
Le nostre viscere leggono la condizione umana, troppo umana.
Zittisci con volgarità orizzontale,
soffochi con la logica cieca del dominio,
la voce bianca di uno sguattero.
Uccidi, trionfando, riempiendomi di parole e pagine.
Il cadavere spiritualizzato, e mangiato.
Ucciso dalla forza della ragione giacobina,
come un colpo di pistola dell'ordine dei Lumi.
Ritorno all'Utopia, allo Spirito,
Epoca colma di corporalità volgare, e
pragmatismo vincente.
Libri portati a tavola e mangiati.
L'ambiguità del cibo viene arginata, canalizzata:
l'eros si libera della morte.
Ossessionato, angosciato e affascinato da questa pesantezza,
incontro e respingo un barocco sovrabbondante e
un desiderio di austerità calvinista.
Ammirazione delle sfrenatezze del corpo e
un sogno di ordine spirituale.
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Commenti (1)
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E
Evaluna Sperber7 maggio 2007
il cibo può talvolta analogicamente rappresentare l'immediata risposta a bisogni sensuali non così immediatamente percepiti. perché questa poesia mi fa pensare alla bulimia? Io che son d'acqua posso tempestare o ravanar nel torbido, ma sempre sedimentando torno limpida e al gusto posso saper di sale o di dolce. quando assaggio una pietanza buona ma di cui non riconosco gli ingradienti di solito supplico il cuoco affinche mi riveli la sua alchimia... a lui la generosità o la reticenza.