Inquietudine di un ambrato miraggio
Gianpiero De Tomi
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Questa umanità che perde sangue nero
come pece sparsa, da una luna nuova
ad ogni passo, impronte rosse indolenti
piccoli esseri saltellano sul capo cinereo
pidocchi intelligenti d'elleniche prose
allucinazioni di mani, d'unghie luride
che emanano amore incondizionato
lacrime e terra, grondante entusiasmo.
Profumo di castagne cadute dall'alto
un albero teso al cielo esoterico
sul fuoco della purificazione moderna
di lunghe notti invernali prigionieri
nel pentagonale camino, lingue di fuoco
che torturano con mendaci verità
occhi fissi sulle ombre danzanti
nel crepitio, il fruscio di fianchi osceni
di glutei che si spingono in avanti
nel respiro attraverso gridi soffocati
di fitte improvvise, di risate in soffi bollenti
che non trovano pace, nel solco divaricato
un fiume in piena, misterioso e profumato
dei capelli bagnati strappati in un rantolo
verso labbra umide, verso quel tuo abisso
dal caldo vortice, dalla Dea santificato
dai capezzoli immensi e turgidi e rossi
pronti a dissetare le vandalice orde.
Sul tuo pianto di aghi, nel braccio magro
il lamento di una foresta innevata
ti scioglie come la cera di una candela
silenziosamente dissolta, dall'immagine onirica.
Ti chiamo aureola di vita, centro abbagliante
desiderio caotico di stelle nascenti
la tua umanità, disperatamente acuta
per fronteggiare realistici incubi
usciti da inoffensivi sogni di bambini
tentando di evocare, luminose albe.
Ho visto la tua mano sottile flettersi
nell'inquietudine di un ambrato miraggio
respirando incenso e cerimonie d'autunno
ignorare nuovamente il pianto obliato.
Un velo sommerge il mio viso segnato
e sommerge dal tuo viso di cristallo
quella indolente espressione
in perenne volo migratorio
dal tempio del corpo.
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Gianpiero De Tomi
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