"Il canto dell’ingordo"
Stefano Drakul Canepa
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luce di luna
il fiato che consola
solo albe nere (D)
Qui non c’è respiro, nessuna speranza,
liquida la nebbia che giace sulla pioggia.
Qui non c’è vergogna, ripida disgrazia
che scioglie le sue grida alla parvenza.
Luce di delitto, buio stretto al cielo
livido il veleno dei corvi e delle iene,
le falene nere bruciano al calore
di un falso sole agghindato a mezza sera.
Qui non c’è la strada, solo la palude,
fango di una cenere e un lago senza fiume
stagno di un’attesa che erode pelle morta.
Timida percossa da infliggere alle albe.
Tremano le mura, sale sulla coda,
il fiato che consola per cento antichi anni,
stridono le sfere di una maledizione
non si può più amare la luna e il temporale.
Qui non c’è più gelo solo un cuore morto
La bruma che disperde il canto dell’ingordo.
©
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L'autore
Stefano Drakul Canepa
Commenti (1)
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Giacomo Scimonelli25 marzo 2013
versi intensi e sentiti... coinvolgente verseggiare chiaro ed incisivo...

