Stracci di pensiero
Mi ritrovo a pestare,
con il cuore in pancia,
le orme stanche
di coloro che sono
già passati
inseguendo distrattamente
un prossimo che è solo
il riflesso dei miei egoismi.
Ti ho amato
Per il tuo modo di guardare i miei occhi.
Non ti avevano mai visto così felice,
mai quando bevevi.
I mie occhi, percossi dal vento
hanno tradito tutta la colpevolezza
che non avevo mai vomitato,
per paura di violare i miei simboli,
ridicoli perché non erano i tuoi.
Caro Majakovskij,
anche noi cani pechinesi
abbiamo un’anima.
Il vestito nuovo non ci esalta,
quando siamo stanchi
rifiutiamo il pezzo di pane,
ma il susseguirsi di sole e pioggia
crea ancora voragini nei nostri cuori.
E le etichette continuano,
continuano a gorgogliare nello stomaco,
in attesa di essere riempite di te,
delle tue idee, delle tue stanze.
Ricordi le mie ferite?
Erano squarci profondi per aprirti
il mondo della mia insoddisfazione.
Tu lo sapevi, che credevo di volare
verso gli orizzonti inesplorati dell’animo.
Questo non te l’ho mai detto,
prima risfiorare il regno dei morti,
mi sono guardata allo specchio,
ho visto un mondo che odiava il mondo
e lo spettro della melanconia
impossessarsi di un giovane volto
Un demone alato soggiogava l’ironia,
ho dormito tra risate convulse.
E qui, mentre la solitudine
si aggira guardinga tra i lampioni
e la noia riecheggia
fra i capelli incolti,
il vino, i ricordi,
le cicatrici, i liquori,
sanno troppo di telefilm americano
e la vita sa troppo di stereotipo
per essere vissuta a pieno.
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