Via da me, luoghi comuni
Non amo gli albini tramonti. Le livide albe
simili in tutto ai tramonti albini. La pioggia insistente, battente
salmodiare claustrale, terribile Memento attorno al tempo
guardiano dei cipressi assieme ai crisantemi.
Non amo le blande carezze dell'onda intente
a sfiorare i ludici piccoli piedi dei nudi bambini
non amo la sciocca albagia dei meli fioriti che un soffio
di vento nell'urna scoperchiata dei prati disperde.
Non amo il tempio dei sogni notturni, onorato
da cabale meste di miseri, vietato l'ingresso alla Ragione
che porta gli occhiali, a scrutar da vicino, il fratello
capace d'uccidere a freddo la madre comune.
Non amo i messaggi allettanti- speriamo il futuro- riprendi
in mano la tua vita- dormici sopra e vedrai- che domani
sarà un altro giorno- prendi la moto e fatti una corsa nel vento
sei giovane, godi!
Che dici mai, che dici, fratello? Perché dovrei
al tuo imperativo obbedire? Non sai che mi affossi
nell'oasi sperata dai più e negata dal senso comune
lo stesso senso comune uguale e contrario?
Grottesca natura dei deboli simile al viaggiatore
stremato dalla sete nel deserto. Boccheggia riverso
e vede lontana lontana l'oasi apparire eretta dal nulla
splende una luce nel mezzo, un banco gelato a ristoro e dietro
in smocking e farfalla un biondo cameriere irlandese
(perché mai irlandese?- irlandese perché?)
gli tende la mano guantata di bianco e stringe un bicchiere
e ingrandisce la mano ingrandisce sciando su sabbia
zoom fatale tu senti la bocca che arde che s'apre e la lingua
instillata grondante, ulcerata impaziente d'avere quell'acqua
ma il cameriere biondo irlandese in smocking e farfalla ritira
a sé la mano guantata e rovescia il bicchiere.
©
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