Adagiata sul colle (la città che muore)
Saverio Chiti
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Sul maestoso colle
or risiede stanca di combattere ancora
È pietà che più non volle
conoscere la sua prossima dimora
e attende...
Aspetti lo sprofondar dei calanchi
che non si fermano a nulla,
del sorridere al cielo però non manchi
e ti rinfranchi sulla terra brulla
che s’affaccia nella radura
sino a toccar incanto di natura
Nelle vie del tuo borgo, pochi son rimasti
a combattere ancora il tedioso tempo
che non ferma la sua mano,
ma si perde la vista dell’ospite, così lontano
ad ammirare quel che regalasti
un dì, a chi seppe trovar in te rifugio
Chissà se di vita nel momento
sai donar vissuta passione...
alla tua visione gli occhi considerano l’indugio
di proseguir sulla stretta via che si frappone
tra il dirupo e l’antico abitato,
e sentiamo dentro pervaderci il sopravvento
sull’amaro tuo destino, seppur nel frattempo
al sorgere del nuovo giorno vive in noi l’ardimento
d’essere felice al tuo cospetto
Adesso che più s’abbandona lo sguardo all’infinito
nel cuor s’è fatto spazio tutto l’amor per te,
e nel deciso peregrinare verso l’abbacinar tuo
di dolci immagini vive l’animo nostro,
nello strazio fatuo d’un domani a cui or mi prostro.
©
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L'autore
Saverio Chiti
“ Gli uomini stolti si perdono ai confini della ragione, e spesso è nella follia, che trovano rifugio “ non so se faccio parte dei primi, e quindi ancor oggi vivo la mia ragione d'essere, oppure il mio Essere trova rifugio nella pacata follia del domani... nel dubbio, mi cibo d'ogni essenza... amo riflettere ad
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