Il silenzio degli usignoli
Hai chiuso gli occhi
e ti sei chinato sulla tua carne...
La notte è discesa repentina,
come lo scatenarsi di un temporale estivo,
con fulmini a tratteggio
che disegnano sinistre figure di morte
e il vento che frammenta impetuoso
il suono di romanze pagane,
rimbombanti insieme ai tuoni
che spaccano i timpani
e annichiliscono la spavalderia
di un misero eroe di cartapesta...
L’uragano s’è scatenato improvviso
e ha rapito la sabbia del deserto
che s’è innalzata nel cielo
sfiorando la stratosfera,
come una colonna di fuoco
destinata a spianare
persino gli angoli piú reconditi
dell’umana inettitudine...
Ha ululato a lungo,
modulando la lugubre risonanza
che atterrisce la vita
e la scaglia nella piú completa impotenza;
ha sferzato le sembianze di sogno
e le ha trasformate in briciole,
come il rullo compressore
schiaccia i frammenti di rocce millenarie
riducendoli in pulviscolo sabbioso;
ha contorto i tralci dell’esistenza
e ne ha cavato fuori l’essenza
per scaraventarla nel fango...
Perché il mondo ha invertito i poli
e si è capovolto il nord e il sud,
mentre tropici ed emisferi
non hanno più posizioni fisse
e si allagano le pianure
e si sgretolano le montagne
e vengono inghiottiti anche i sospiri...?
Come hanno potuto le tue mani
subire una trasformazione così brutale
e scambiare il ruolo di sostegno
con quello di spietato persecutore...?
Non erano state pur esse create
per protendersi nel cielo
e implorare aiuto e benedizioni,
per curare ferite e lenire patimenti,
per detergere una lacrima
affacciatasi improvvisa sul ciglio...?
Anche i naturali predatori,
una volta azzannata la preda,
non hanno il coraggio di alzare la testa:
come se una forza imperscrutabile
li soggiogasse e sottomettesse,
facendoli sentire impotenti e meschini...
Oltrepassando il limite dell’osabile
ti è forse balenato davanti
il gorgo insaziabile e tetro
nel quale ti ha gettato in un attimo
l’irrazionale morbosità
che ha oscurato le tue pupille...?
Eppure, eri stato proprio tu
a comprare il primo paio di scarpe,
la prima camicetta guarnita di pizzo,
il primo cono gelato e il primo pane...
Riverso sul tuo stesso Dna,
hai sentito il tremore delle membra
e hai percepito il battito tumultuoso
di quel piccolo cuore in tempesta...
hai letto in quegli occhi sbarrati
sgomento e incredulità
per un gesto inimmaginabile
che avrebbe finito per segnarne l’esistenza
con un indelebile marchio di fuoco...
hai visto variopinte primavere
svanire come semi di soffione
che si disperdono
nella calda luminosità di giugno...
hai sentito gli usignoli
zittire improvvisi i loro gorgheggi,
come se il vento di tramontana
avesse gelato quelle ugole meravigliose...
hai visto i campi di papaveri
trasformarsi in aridi deserti,
dove strisciano serpenti velenosi
e brulicano tarantole e scorpioni...
hai visto l’azzurro del cielo
trasformarsi in un mare di pece
e inghiottire ogni raggio di luce...
S’è fatto buio, intorno,
hanno smesso di risuonare le voci,
mentre Eolo è rimasto senza fiato
e Nettuno ha arrestato perplesso
l’incessante andirivieni delle onde...
Solo la tempesta
ha lanciato oltre il tempo
il suo urlo di dolore...
Ma come belva predatrice
hai chinato il capo all’incoscienza
e ti sei gettato a capofitto
nel gorgo immenso della scellerataggine:
quel buco nero che travaglia l’universo
e che ha solo un angolo d’entrata
e nessuna tangente per uscirne...!
©
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L'autore
Benito Patitucci
Benito Patitucci è nato a Lattarico in provincia di Cosenza.Cosentino di adozione, è stato un dinamico imprenditore nel campo della computergrafica, oggi in pensione. Giornalista pubblicista, ha collaborato e collabora a quotidiani e riviste culturali di vario orientamento, dirigendo inoltre un periodico da lui stesso
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