Sociale
10 maggio 2007
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Immigranti
Accende un sorriso
sulla pelle bruna
la giovane sudamericana
e un ciuffo, piuma di corvo,
pennellata nera
le solca una guancia.
Briosa miniatura
asciuga la nostalgia
in una carta assorbente
di frizzante curiosità.
Nel roseto dei poveri
era il fiore più bello,
più profumato e variopinto:
appena dischiuso
l’hanno reciso
per adornare le nostre corone
e i nostri cestini.
…e in molti, ossequiosi,
ci fanno corona,
ci vagano a frotte intorno,
masticando nella memoria
sapore di tortillas e ravioli di patate,
liberando la voce e i dialetti
solo in capannelli sgualciti
di compaesani.
Altezzosi, non ci curiamo
dei loro ricordi,
delle foto e delle cartoline
stampate a rovescio
sotto le palpebre.
Caritatevoli o diffidenti
dalla nostra cattedra di stagno
diamo ordini
all’architetto che s’è fatto muratore
e tossisce cemento,
alla docente di storia,
che ci lava i pavimenti
e i vetri delle nostre finestre,
murate al mondo.
Il diploma della bionda ucraina
dalle mani consumate
nei campi di patate in Polonia,
s’è fatto carta igienica
per gli escrementi dei nostri vecchi,
che tornano a spegnersi
tra le mura calde di casa.
…e per ogni coltellata,
che sfugge alla rabbia e alla cattiveria,
per ogni bambola di carne
intirizzita e spoglia
gettata ai greti delle strade,
attiviamo sentinelle nella mente, che marciano assordanti,
coprendo pensieri di riconoscenza
e la memoria dei nostri avi,
stipati sotto coperta
con i visi affilati e le mani callose
e tese
alla terra signora di Cristoforo Colombo.
Oggi siamo noi i signori
che assoggettiamo col denaro
e la benevolenza
questi nuovi vassalli,
li inquadriamo nei nostri archivi,
li chiudiamo nei nostri palazzi,
accanto ai nostri sentimenti
soffocati, asfissiati, spenti.
impietriti,
davanti alle immagini
di una bimba in porcellana
ricoperta dalla terra soffice
di steppa e dalle grida di una madre sedicenne,
che ormai muta
mi siede accanto.
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