Finestre che il vento
Solo tre case vicine e deserte:
scale dirute ma gli angoli dritti...
coppi, mattoni con edera e gigli,
travi annerite e camini
di allora.
Cieche finestre di sera battenti,
spiriti antichi nutriti
dal tempo.
Oggetti perduti spalmati di vita,
colmi di noia, di ruggine
e tarli.
Spento
nel forno l'aroma del pane,
inermi gli attrezzi sul fieno marcito,
fredda la stalla e inodore il letame,
inutile
il torchio per uve estirpate,
letti ed armadi non degni del nuovo.
Scabra,
indurita la porta non chiude,
ha rughe profonde scavate dal gelo,
e lì, sul confine tra l'ombra
e la luce,
placida al sole sugli assi schiodati,
verde lucertola chiude
l'ingresso.
Guarda sorpresa poi guizza e scompare:
segno di vita,
padrona
di casa.
©
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Commenti (1)
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S
Sanzi5 marzo 2014
Faccio la premessa che quello che mi è piaciuto di questa poesia è l'equilibrio espressivo e la scelta delle parole, sono perfette per quello che si voleva dire, per le immagini che vengono poste al lettore, però essendoci un ritmo particolare ho provato a esaminare meglio, è originale l'idea di scrivere endecasillabi interrotti (per non dare un ritmo troppo stretto, cadenzato, penso) da altri versi più corti (la cui lunghezza tra loro è comunque un endecasillabo)... mi piace