La vera musica
Eri il mio ultrasuono di dolcezza, e io un ometto distratto,
un binario lungo e dritto di mille piccole paure. Eri quella
musica muta che si sente una volta sola, e non potevo sapere,
non potevo capire il tuo ritardo. Eri il mio ultrasuono di dolcezza,
il tuo sorriso poteva contenere tutta la Malesia e anche
un po’ del Cile, ma io ero vile, ero un bruco di trent’anni
con le spalle di un microbo, ma assolto perché incapace
d’intendere e volere, anche solo un istante, sapere.
Puoi sentire? Questo piccolo e inutile canto, certo,
non porta in nessun porto, non ripara dai rumori che fanno
i letti semivuoti, non garantisce la firma del contratto con
se stessi e con il resto della banda. Questo residuo di pensiero
suona un pianoforte troppo bello, per chi fa del suo cuore
un cervello. E via, via, via su questa nota ti scopri a cavallo
di un cavallo d’oro e d’argento, senza tempo, senza nessun
appuntamento. Puoi immaginare? Mi vedi mentre impenno?
Eri una cosa, e lo sei anche adesso: il mio animale domestico.
Quello a cui puoi cambiare nome, perché un nome non ce l’ha.
Ma ora io vivo su questo divano e la sera ho le pulsazioni a 27,
il mio binario lungo e dritto è diventato un muro. Oggi le palme
le so ascoltare davvero. Oggi, come ieri, mi accorgo
quasi senza stupore di quello che sono diventato. Un buco nero.
Almeno prima ero un bruco, ora solo un buco. E come faccio
a spiegartelo se tu vivi senza pietà, per troppa pietà, dentro
il mare di pietà dei vivi, ed io, amore, sono solo un buco
te l’ho detto. Ma nemmeno un buco,
un buchetto.
Eri il mio ultrasuono di dolcezza, lo spioncino da dove
spiavo tutti e da dove tutti cercavano di spiarmi, senza
vedere niente se non la terra che copre un buco.
Eri quella terra, sporca, ma dall’aria pulita come un cielo
impossibile e basso, terra con dentro tutto il dolore dei mondi
che separavano tutti da tutti. Questo piccolo e inutile canto,
certo, non porta in nessun posto, né tantomeno da te,
che sei come un gatto morto per strada che un attimo
prima era vivo, e non te lo spieghi, ma vai avanti.
Mi vedi? Quando guardi il mappamondo lo vedi un ometto
che salta e grida il tuo nome che neanche esiste?
Sono io dal mio divano che lancio segnali di fumo per te,
ma non montarti la testa amore, è solo droga leggera,
assenza di qualcosa di migliore, un modo come un altro
per inventarsi una malattia e giocare agli incompresi.
Da domani ci provo a smettere, da domani mi impegnerò
e sistemerò le tue ossa in un posto più tranquillo.
Poi dirò alle mie di fare un bel respiro, certo, parlerò anche
a tutti i muscoli e dirò loro di non lasciarmi solo adesso,
ora che inizia la vera musica.
La senti?
©
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