Addio, montagna bella
D’in sulla vetta del varcato monte
riguardo il tratto dove i passi stanchi
impressero le loro ultime orme;
il nevaio irrequieto, le roccette
umide e sdrucciole e poi più in basso
l’ampio curvone che tra prati e mughi
piega il sentiero e lo innalza al cielo.
Un senso di pace profonda invade
tutte le membra e il cuore e la ragione:
siedo in silenzio sopra un masso rosa
di granito e mi chiedo quale forza
immane abbia divelto alla parete
terminale un lacerto così vasto
della sua essenza petrigna. Accarezzo
la roccia e il protogino in me scatena
sensazioni già note eppure sempre
nuove; desiderio di possedere
il granito sincero che mai al piede
tradì la presa. che la mano mia
mai respinse lubrico ma che schietto
talvolta nella stretta o la pressione
per procedere la pelle lacerò.
Sempre nella memoria mi sarai
granito della valle dei miei sogni,
roccia che attinge le più grandi altezze,
protogino che formi il più maestoso
dei monti le cui vie sono serbate
a quelli che in segreto hanno deciso
di donarti la vita, ove ciò occorra.
Riguardo il fondovalle dove amici
e parenti siedono a mensa avanti
la baita donde mossi e mi sento
così leggero che il percorso fatto
sembra avermi svuotato da ogni traccia
di sorda umanità. Mangio il mio pasto:
pane, lardo, miele e due fichi secchi.
Poi m’appresto a discendere; è finita
l’escursione ma il mio spirito sente
che ben altro è finito. Addio, montagna.
©
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L'autore
Claudio Toccafondi
Sono nato (nel 1938) a Roma, dove ho sempre vissuto - salvo viaggi di diporto o di lavoro - nel rione Prati. Ho amato e amo moltissimo la mia città, visitata, fotografata e camminata assiduamente finché gli ingravescenti acciacchi non mi hanno limitato nei movimenti (a Roma se disce: a chi tocca 'n ze 'ngrugna). Scrivo
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