E' un castigo dalla pietra impugnata
Nicolina Macari
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Mi attendo tessendo il frastuono stemperato della distanza
come una scia, a volte, sul pentagramma dell'aria.
Interrogativi lasciano cadere migliaia di segni
e la piena ha formato pozzanghere sconce.
Il giorno diventa piccolo, piccolo
appeso al suo cappello nebbioso e malinconico.
E' un castigo dalla pietra impugnata.
Mi abbandono abitando le membra stanche
e un fremito nel costato ha sudore di guance e fronte.
Per tutta la storia del dolore dovrei imparare a leggere
nelle vene segrete la brace imprigionata.
Ma nel precipizio, il posto che insieme mi ebbe
fu mostruoso volto ad afferrarmi la memoria.
E ferro spinato dall'inseparabile acuminato.
Mi porgo con groppi interni in attesa di niente
la porta davanti a me si sbarra ed io sono dentro.
Per una scontrosa grazia ci sono mani che non passano libere
come un pugno che stringe tanto forte.
Inutile far addormentare il peso della fatica
a me pare che dove esso termina ci sia il principio.
E da quest'aspra erta è legato ogni tormento.
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