Il navarca
Prendemmo terra. Il navarca infallibile
a ciò richiesto ci guidò tra scogli
che di orribili spume costellano
le verdi masse d’acqua nella baia
e poi riprese il mare solitario
con mano esperta e divina sfiorando
la barra e le scotte. La notte gelida
ci sospinse all’interno ove cercammo
un riparo: strisciai verso una grotta
dove scemava la furia del vento.
Aspra e difficile terra appariva
ma possibile al vivere, affrontando
il pur pesante lavoro, mercede
per il riparo richiesto e fornito.
Funesta scelta e fatale fatica
ora raggiunto degli anni il crepuscolo
riconosco poiché vedo – e inganno
di dei falsi e malvagi non compresi
fino da allora – che la terra stessa
oggetto ormai d’intenso ed accecante
amore, era null’altro che una scheggia
di ghiaccio distaccata da una landa
di antichi orrori, di speranze uccise,
che si scioglieva veloce nel mare
ove naviga ancora qual navarca
che non vedrò mai più prima di Morte
©
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L'autore
Claudio Toccafondi
Sono nato (nel 1938) a Roma, dove ho sempre vissuto - salvo viaggi di diporto o di lavoro - nel rione Prati. Ho amato e amo moltissimo la mia città, visitata, fotografata e camminata assiduamente finché gli ingravescenti acciacchi non mi hanno limitato nei movimenti (a Roma se disce: a chi tocca 'n ze 'ngrugna). Scrivo
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