Titanic
Davide Ghiorsi
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Cade sul ponte, un orecchino d'argento,
si destan di scatto, impauriti, i gabbiani,
cade un bicchiere e ne scontra altri cento,
treman sudate, nei guanti, le mani.
E par quasi un nulla, un istante, un sussulto,
e presto nel cuore, si infila un pugnale,
non dando parola, ne frase, o singulto,
lasciando il gigante, ferito, annegare.
Il tempo si ferma, sul mar color tomba,
la luna e le stelle, si fanno appuntite,
poi s'odono grida, com'echi di tromba,
tra l'onde voraci, di fame impazzite.
E poi viene il freddo, a dar sepoltura,
all'ultimi fior non ancora appassiti,
rimbocca il cuscino e il lenzuolo, con cura,
per dar nuovo giaciglio ai gabbiani sfiniti.
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L'autore
Davide Ghiorsi
Commenti (1)
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Annamaria Gennaioli20 ottobre 2014
Una tragedia che questa poesia ricorda benissimo, ne risalta la drammaticità con un gran tocco di classe ed eleganza nei versi... Mi è piaciuta tantissimo, oltre percepire quell'orrore provato allora da chi ha subito la tragedia...

