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Sociale 3 novembre 2014 · lettura 2 min · 999 letture

La prima volta di Oreste

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PaoloArgiro 2 poesie pubblicate
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Seduto sopra una panchina di cemento consumato e ostile, imitavi il profilo della falce a riposo. Il binario di fronte attendeva il suo treno con apprensione materna. Sopra le gambe un cartoncino avorio grande come un Vangelo spiegato. Strofinato con un pennarello non ancora sfoderato. Rimuginavi... Lettere e parole. Vergogna e languore. Comporre una preghiera. Da essa farsi accompagnare. Attraversare quello spazio di carta vergine Valicare un nuovo confine di onnivoro dipendente da altri onnivori; figlio di passanti i cui volti non oserai fissare. Fu una repentina folata a soccorrere il tuo pudore. Subitaneo profumo di prato appena tagliato. Fu la scuola. Il primo giorno. Fu il cortile nell'intervallo e i sacchi neri pieni d'erba. Tra le voci quella della maestra una mamma che non era tua mamma: “Bambini rientriamo in classe, iniziamo a scrivere qualche lettera dell'alfabeto” E tu che salivi le scale tre alla volta circondato da guance rosse e pettinature arruffate. Qualche briciola di eternità rimasta dietro la schiena di ognuno. E poi il foglio a righe Il tremulo appoggiarsi di segni ignoti E alla chiusura della prima a, non eri già più quello di prima. Abbandonavi lentamente quel paese dove una melassa dal sapore di foglie e zucchero, si distende collosa sullo scorrere del tempo. E dal quel giorno il tempo, invano, quaranta volte settembre ti aveva ricordato. Ma, sordo ai calendari, diventavi la tua parte debole. Diventavi suole che sfregano l'asfalto Diventavi un collo in cerca di volti amici Il rimando diluito nel vino Una preghiera Per chi partiva Per chi arrivava Per chi salutava Per chi frugando nelle tasche del suo quotidiano avrebbe estratto una distratta compassione donandotela con evanescente soddisfazione E come quel giorno la tua mano smosse l'esitazione: “AIUTATEMI HO FAME” E già non eri più quello di prima.
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