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Fantasia 1 giugno 2015 · lettura 7 min · 1100 letture

L'eterna Notte delle Villi, ovvero Lo Strazio d'una Fanciulla morta vergine

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Nel ciel notturno e lugubre e a un monte intrepido, tra i fatui spettri s’erge tetra del Nulla la chioma irremovibile d’un scialbo Spirito che nel vespro s’immerge, una fanciulla. Un fior scheletrico, ai piè sta un gelso cranio argentato della Luna fuggevole, decreto eccelso d’un empio Fato; e son lontani i loculi, ombrosi e timidi del vecchio cimitero, dell’ossa antiche, dove consunti e putridi giaccion gli scheletri all’impronta d’un cero, le tombe aprìche, e il vento cerulo grida alle Norne, a quest’Erinni dei monti nordici, le vette adorne di funebri inni. Or lenta e spaventevole l’ombra si scalpita, vestita della Luna, cupo madore, trasognato cadavere, un miserabile crine di donna bruna, femmina in cuore, e mesto e torpido rivolge il volto all’orizzonte regno dell’Ecate, e al flutto folto d’un tristo fonte; e mentre un lupo s’ulula, fauce famelica, al far di mezzanotte e ai tocchi infausti spire di guance vergini da terra sorgono, a tremolanti frotte, e sono esausti occhi nevrotici di spente donne, scarni fogliami di ridde apatiche in falbe gonne, cenere e ossami. Allor arpe fatidiche al bosco suonano, son accordi spettrali, muti singulti di femminini cantici, per questi talami tetri e cimiteriali, rimasti inulti, e urla spasmodiche vanno irrequiete per la foresta, e si rosseggiano, lampo le miete, l’acre Tempesta, e fosche e insane gemono, in trilli flebili, e invitano alla danza, al ballo eterno, e le falbe corëuti folli ne gridano una cupa romanza, canzon d’Inferno, canto salmodico al re Destino, alla purezza di Morte vergine, al fior meschino della bellezza; urla che si distendono a quel non scibile giorno del matrimonio che si fuggiva con questa tomba giovane, orba e venefica, voler d’insan Demonio, Notte corriva, perenni spasimi di spettri puri tra i pruni e i fiori, lor che si vagano tra i boschi oscuri dei smorti Amori. Così le donne danzano, bàllan frenetiche, e son le passacaglie del dì perduto, le danze che si girano e che s’avvolgono, pallenti come paglie, al suon d’un liuto, e son le fragili quiete gavotte, che ne lagnava un vespro il cembalo per lieta Notte che se n’andava, e son le note, l’agili gonne tra i turbini, i freschi minuëtti del pianoforte che gli amanti suonavano per sale morbide, e i dubbi, e i lor sospetti, dado di Sorte. Gli spettri intorno girano, girotondeggiano, si danno per le mani, ossi risorti, e danzando ne fischiano sospiri tremuli, coll’eco van lontani, nei monti assorti, e v’è Proserpina che un flauto suona, ansanti trilli che si proclamano nel ciel che tuona voci di Villi, e in mezzo a questo circolo balla uno Spirito, tocco di polonese, fanciulla bionda che ballando desidera dai spettri evadere, là, verso il suo paëse, ma l’iraconda calca terribile la manda indietro dovunque volge, ed ella lagrima, fràgil qual vetro, tra queste bolge invano contorcendosi e spasimandosi il cimitero cerca, brama una croce, e si vuole diffondere nel Nulla orribile, e colle Villi alterca, Fato feroce. Si lagna ai Dèmoni, l’occhio l’è pianto, vuole morire per sempre. Oh misera! Odia quel canto che deve udire. È colpa irrimediabile, insostenibile essere morta prima d’un fior nuziale, del talamo dei zefiri d’imene docile? E costei qui sublima urlo spettrale. I pepli piegano esterrefatti sopra la terra, e poi s’ondeggiano, e a questi tatti fanno la guerra, ed ella immota supplica le Furie formide, e s’inginocchia e prega la sua Regina; è in Vita che non vivere come potrà essere? E questo viver nega, giace supina. È costei un loculo che morto vive, per sempre, a sera nel bosco s’agita, acque sorgive d’una riviera, è un’urna oscura e ruvida rapita ai funebri fiori della ghirlanda, della sua bara, ai mesti e truci salici, e ai torvi frassini, di sepolcrale landa, ombrosa e amara, agli imperterriti neri cipressi, ai lumicini dei sassi lugubri, ai vermi stessi dei suoi Destini, alle sue cadaveriche spoglie che cambiano il casto seno e il ventre e il mento, e il piede in vil, bavoso cenere, in sale putrido, e qui si danza, e mentre balla n’ha fede. Ma la croce che misera ha in desideri, non può trovare, e grida ai nugoli dei spettri altèri, irato mare. Tra i balli demoniäci l’altre ricordano gli Amori abbandonati tra danze slave, e allor questa miserrima tosto scherniscono inneggiando ai suoi Fati, e alle sue bave, e son crisalidi di tombe spoglie, odio perenne al ciel medesimo di queste doglie, al Nume indenne, e atroci si scatenano e si tormentano in nivee giravolte, coi pepli scialbi che alla Luna si splendono di fuochi tiepidi, e dalla Morte assolte gràffian prunalbi, e i nomi incidono dei loro amanti, con tristi cuori donde le ràdiche strappan danzanti in rei furori, e da costoro ottengono gli inesorabili fili del dio Destino, dell’aspra Vita, e qual Norne recidono quest’umàn aliti, Demòne peregrino per via smarrita. Allora mietono vite d’Amore, scrivono il nome dell’uomo vivido di lei che il cuore ne strazia come un pianto lamentevole, che no’l desidera, che vede il fil reciso del suo adorato, che non lo può raggiungere, e che va a gemere lungi dal Paradiso, invan bramato; e or più spasmodica per ottenere un po’ di quiete, aspetta il cerulo giorno, e a cadere, dell’alba ha sete. Ma questa Notte rigida inestinguibile lontan dal giorno pare, e queste danze crudeli si risuonano, e la costringono sempre a ballare queste romanze; e soffre pallida un Fato crudo, sogno, non muore, lamenta tremula, il piede nudo, strazio d’Amore, e naufraga il suo cuore al pensier della tomba, al suo cuscino, cranio di donna che geme al Destino, e dell’altre il furore verso costei si divampa e s’accende. Ma ecco che l’alba ne giunge che attende. Impietosito il Signore costor condanna a Notte sempiterna, e la misera donna alla gioia superna; e quest’è il tenebrore della Notte dei spettri e delle Villi, di chi all’Amore ne schernisce i trilli. Notte romantica, di fantasia, del Genio frutto che in cuor mi spasima di Poësia, pianto di lutto; pianto degli uomini che nella Notte e nei fantasmi lievi pröiettano quei che son frotte, i propri spasmi, pianto di gemito sempre irrisolto per quest’Amore nel Fato tremulo, umano e avvolto nel proprio cuore... E il Destin grida invano a un Dio che è qui sovrano!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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