1815 - Sabato. La Tempesta
Massimiliano Zaino
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Canto le tenebre,
veli piovani,
e l’aspre folgori,
grido di cani.
Le nuvole si fremono,
le piogge cadono,
e la Tempesta grida,
sospira e geme,
e mentre vien la grandine
che scende gelida,
il Temporàl disfida
l’ultima speme:
canto quest’ultime
ree confidenze,
baldanze insipide
delle coscienze,
l’ultima speme orribile
dell’Orco, dèmone,
e il fango qui si cresce
pel campo nudo,
del Mostro che desidera
regnar, uccidere,
e che il sangue ne mesce
a un nappo crudo,
canto del calice
l’insanguinato
vino che còlasi
in ode al Fato,
l’ultima speme attonita
dell’uom di Sàtana,
di lui che al tuòn s’estolle
e che è un Titano,
e le piogge s’infuriano,
l’erbe calpestano,
l’erboso e tristo colle,
e il ciel lontano.
Canto dell’Ecate
Furia immortale
i folli turbini
del Temporale.
Oh sì! I furiosi nugoli
cupi saëttano,
e il lor regno è la sera
dell’aspro e tetro
e tenebroso sabato,
un dì fatidico,
e i tuoni vanno in schiera,
e urlano e dietro
canto che scorrono
lungo le vie
che si tormentano
or d’amnesie
l’acque fredde, procedono,
lente s’infrangono
al suolo e in tintinnìo
e in tanti umori
in spettrali pozzanghere
quivi s’ammucchiano,
le sentenze d’Iddio,
celesti i cori.
Canto del Diavolo
la bocca: ei beve
lassù degli Angioli
il pianto e deve
chinar lo sguardo tremulo
ai tuòn che scoppiano,
la sua folle cervìce
sempre insistente,
e che deve procedere
là, verso il bàratro
che tanto non gli lice,
occhio furente.
Canto! Son ràpsodo
del suo Destino,
del suo crepuscolo,
torvo e ferino.
Canto l’immobile
Furia decisa,
la svelta Sorte,
i lampi spaccano
l’aria, e le risa
son della Morte.
Dovunque sono i fulmini,
empi si grondano,
signori del spavento,
fuoco sublime,
le tende e i campi illùminano,
gemendo piovono
e trascinano il vento
fin dalle cime.
Canto le cerule
ombre del bosco
che s’incupiscono
d’un sguardo fosco,
e canto i brividi
della betulla,
e della selva,
perenni tremiti
tra essere e nulla,
piange la belva.
Queste Notti promettono
saëtte e spasimi,
e si crescono i fanghi
lungo le rive,
e presso le casupole
che ancora ignorano
i guerreschi fandanghi,
lame corrive,
e canto il fremito
dei contadini
che ne patiscono -
ahimè, i meschini! -
il gelo ch’èrgesi
siccome un Mostro,
e canto i tocchi
di lor che gridano,
di pioggia gli occhi.
Son Forze irripetibili,
e inesorabili,
Elementi confusi
nel Caos che giunge,
le man d’Iddio ne plasmano
le posse formide,
che premono gli illusi,
l’ira li punge.
Canto degli Ussari
i manti aspersi
dal ciel che gròndasi
dai nembi tersi.
Canto pel fulmine
il vincitore
inno fatale,
canto nel vortice
del suo dolore
l’ode che assale.
S’erge quivi com’Ercole
tra l’acque il gran cimiero,
ne sfida il cimitero
e il ghigno è sempre altèr.
Sia lode! Lo ripetono
i nuvoli alterati,
che reggono i suoi Fati
all’anglo granatièr!
©
Tutti i diritti riservati. L’opera è protetta dalla Legge 22 aprile 1941 n. 633 sul diritto d’autore: è vietata la riproduzione, anche parziale, senza il consenso dell’autore.
L'autore
Massimiliano Zaino
Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori
Commenti (1)
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Lory Castiello16 giugno 2015
Che bel parlare e che bel leggere! Una modalità diversa e inusuale di proporre la poesia che trasporta a tempi antichi, fiabeschi, drammatici anche! come andare a teatro ogni sera... Viaggi nella storia e nei personaggi come leggere un libro... Sapientemente espresso. Trovo l'autore un passo avanti. Molti complimenti.

