La parata
Trascorsi due secondi, ecco il carro
con cervelli fumanti e spruzzanti
gocce di energia: chili di intelligenza
uscirono dai pori della pelle
di enormi babbioni intellettuali;
i signorotti videro la stecca
agitarsi, pronta ad accordar la musa;
s’impettirono inorgogliendosi
avanti a tutti e, colmi di fiato,
sputarono fiamme dai cavi
e come draghi presero il volo
al via della prima nota.
Fu allora che l’uccello puntuto,
ch’è sacro e destinato alla padella,
sorvolando sui muti mortali e amando
più quelle schiere che il sole settembrino,
s’impicchiò per carpire in volo
l’ultima preda della pacchia estiva,
e inoltrossi tra le masse ingorde
finendo alfine arrosto, bruciacchiato.
L’ultima creatura della festa
giusto ebbe il tempo di uscire dal coro,
grande pecora in forma cartapesta;
e svettando la caricatura
su teste adunche, ignuda e ammirata
da ogni parte e in ogni dove,
si ebbe alfine a constatar la privazione
di una zampa della stessa. E una porzione
smembrata attende ancora
nella credenza del conte d’Abbrunato
d’esser pasto, e nelle ore ha preso
ad esser più succosa ch’era pria.
Questa fu la festa. D’autunno, in allegria.
©
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