Dite a Kalavrì (che la parola è terra)
Giovanni Perri
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la sagoma di un suono,
piuttosto l'ombra interminabile di un corpo,
e quella sua agonia
di segno perenne, indivisibile,
eppure così vivo,
così tenacemente vivo da non esserci.
E' questa sofferenza d'un rifugio
scoperto a forza di parole,
che le parole spostano la terra,
la sposano e non muoiono mai.
Tenersi all'origine, ecco,
come una traccia inghiottita dal tempo,
forma della parola tempo,
quando un grumo riappare
nella sua intera bellezza
di forza evanescente,
misteriosa,
arcana,
e tutto è un punto senza fine.
©
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L'autore
Giovanni Perri
Il lettore deve sapere, leggendomi (leggendo questa non-biografia dalla quale estrapolo che nasco a Napoli e ci vivo col pregio d’arricchirmene fino a smarrirla) che un po' della mia poetica (ammesso che sia tale) risponde al desiderio, non del tutto cosciente, d'allargare il mio ipotetico dolore, la mia svagata gioia
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