Giorni di fuoco o di cenere?
Ed era l'ombra sul cemento
a far rotolare il prigioniero del gelo
che sotto la pioggia
andava all'albero delle mele
convinto d'aver ragione.
Nella nebbia lentamente
l'ultimo lampione si spegneva
scarabocchi di pensiero
o cimiteri abbandonati?
Erano giorni di cenere
quelli della miseria e della compagnia
forma e sostanza o città di ombre?
Post mortem memorie di spettri all'arrembaggio.
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Commenti (1)
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Rosetta Sacchi25 novembre 2016
La morte, per quanto dolorosa possa essere, è un evento che prima o poi tocca tutti noi. E si può parlare anche della morte in modo pacato, con rassegnazione, con serenità. E la si può accogliere perché ci accomuna in un eguale destino, quando avviene per cause naturali. Rappresenta un’equità tra noi. Ma “I giorni di fuoco o di cenere “ in questa poesia pongono un interrogativo. Qui c’è una morte diversa. La vita non è stata abbastanza vita per il prigioniero che, colpito, rotola sul cemento, probabilmente su altri corpi, nelle asperità d’un clima invernale. Qui si avverte quel passaggio rapido della morte ad ogni parola: cemento, gelo, pioggia, cenere, ombre. Fa eccezione quell’albero di mele, unico segno che ci ricorda la vita

