La nebbia
Non è elementare quanto possa sembrare.
Non lo può essere quando ritrovo il tuo neo
dietro il collo
in una costellazione,
quando riconosco la tua calligrafia
scomposta e seducente
in un trafiletto pubblicitario,
quando le tue linee efebiche
giocano a nascondersi
nella luce fra le tende,
quando sento la mia voce disincantata
dedicare ad altre,
le stesse parole che mi regalasti.
Proprio io,
che dimenticai la vergogna bambino
e sotterrai la timidezza in adolescenza
così accuratamente,
che la ricerca disperata che ora gli riservo,
si perde come eco a valle.
Adesso la sorpresa
è un dolce sobbalzo nei ricordi di un’estate,
e l’inettitudine
più che timore è rimpianto.
Ora le mie mani si posizionano sapientemente
e il mio sguardo si concede mire diverse
dagli occhi che ho di fronte.
Oggi, amore mio,
sono orfano della stretta scintillante e claustrofobica
di quella nebbia lattiginosa,
padrona dei nostri feroci giorni.
E mi manca.
La nebbia, di questi tempi,
sono costretto a propinarmela
per scansare il tuo corpo fra i ricordi,
mantenendo la speranza ed il terrore
di sentire di nuovo le mie dita
tremare all’incontro con la tua pelle.
Eppure tutto rimane limpido,
e la sicurezza resta fedele seguace dei miei giorni.
Non avverto più la necessità
di trovare dei fari per orientarmi,
perché ormai assente è l’oscurità,
e sconcertante la certezza
che, tanto, quel neo
lo ritroverei anche al buio.
©
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