Rosso come
Franca Donà astrofelia
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C’è una verità indelebile
ascoltata dalla lingua al cuore
la curva oscillante dentro il vetro
il rubino che addormenta un po’ il dolore
una magia di uve fatte sole,
il calice d’alzare al cielo e render grazie
come il prete, alti gli occhi e veste d’oro.
E allora ricordo le preghiere senza santi
di mio padre tutti i giorni di lavoro
qualche bestemmia a denti stretti e poi
un sorriso che anche il cielo gli perdona.
Mia madre tutti a tavola, e si spezzava il pane
gl’intingoli e quel bicchiere che faceva festa
quel bel riflesso rosso che levava le fatiche
e dava un senso di famiglia e d’allegria.
Sai una cosa? m’è rimasto addosso quel colore ...
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L'autore
Franca Donà astrofelia
Commenti (1)
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Mina Cappussi1 maggio 2017
Inno al vino, preghiera che ruba parole antiche per descrivere con altri accenti, che sanno di famiglia e di valori, quella transustanziazione al centro del rito. Franca Donà racconta una “verità indelebile ascoltata dalla lingua al cuore” e inonda di vino i ricordi, legandoli al rito della vendemmia, della “magia di uve fatte sole”, della “curva oscillante dentro il vetro il rubino che addormenta il dolore”. E’ il gesto di chi assaggia il nettare prezioso, facendolo oscillare nel calice, per coglierne l’aroma e le note a latere, disegnando una rossa ellisse lungo le pareti del cristallo. “Mia madre tutti a tavola, e si spezzava il pane” per fermare le radici, la forza della famiglia. E la poetessa chiude “m’è rimasto addosso quel colore”

