Tindaro, Leda ti generò rovinosa prole
Quando argivo guerriero,
velato da destino di morte
trafitto dal troiano frassino
slegati i vincoli di vita
sciolte le ginocchia,
cadendo manda il nobile cimiero
a infangarsi tra sangue e polvere
tuona come tempesta il bronzo
sulla dura terra,
eppure tenue è la ”psuché”
mentre s'invola tra la chiostra dei denti
con sè porta l'ultimo grido
contro Elena maliarda,
distruttrice di città
dolore delle graie comari
che in patria intonano il doloroso ”trenos”
per i loro parti lontani
dormienti sotto la nera terra
nutrice di cavalli,
che il cangiante mare
separa ormai da una lunga decade.
Pensasti a ciò, rovinosa figlia di Tindaro,
quando seguisti il biondo ammaliatore,
traditore d'ospiti
pensasti alla giovine
Ermione fanciulla
derubata della madre
lontana dal regale genitore,
signore di popoli sotto le mura
di Ilio sovrana.
Ora piangiamo la fresca spuma dei Danai
si è infranta
contro le possenti mura di Priamo,
simili a scogli le pose l'Enosigeo
appagati i tuoi sensi
noi piangiamo i gloriosi
che non faranno ritorno
per questo eternamente gloriosi.
©
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