L’infinito ai giorni nostri
Inseguo
sogni traslucidi d’alabastro,
dentro umide notti
avvelenate di alcolici,
in cui l’alba
non è altro che il boia in arrivo.
Mi diletto
ad allungare orizzonti
e a piegare
sbarre di dorate gabbie,
combattendo
il pressappochismo,
e schivando
bisunti abiti gessati.
Mi perdo
dentro la frivola
e infame progettualità,
parassita della mia gioventù.
Inganni,
miraggi,
fatalità,
quanti binari,
fanno deragliare
il treno della mia mente.
Insomma,
nel pensier mi fingo,
ma il cuore mio,
non resta impavido,
quello si spaura, eccome!
E allora
in questo nient’affatto lieto
peregrinare di corpi ed anime,
nello smarrimento tecnologico
e nella sconfitta dell’umanità,
poeta mi identifico,
e, come tale mi atteggio.
“Ahimè, se la natura fu malvagia,
allora la robotica?”,
vado dicendo
con superbia,
elevandomi,
dinnanzi a cotanta povertà intellettuale.
E giunto fiero e impettito,
al termine
della mia personale identificazione
di poeta
del ventunesimo secolo,
una domanda mi sorge spontanea:
Me li presti venti euro?
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