Frutto acerbo
Peppe Cassese
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Si diceva frutto acerbo ma del marcio aveva dentro
nella mistica paura di mostrarsi e di parere
vecchio e glabro e nascondeva quella faccia giusto al centro
e negava al suo destino d’esser ladro e faccendiere.
Si tacciava per pompiere ma affrontava solo un fuoco
così piccolo e meschino come il bozzo di un cerino
che spegneva a notte fonda per nascondersi nel gioco
con il canto di un bambino scopiazzando un canarino.
Si passava per viandante ma era fermo a un punto morto
un sospiro mai toccato con le ali ormai sfinite
dalle sere infiocchettate con il cielo su distorto
con il sole imbambolato tra le nubi appena uscite.
Ha osservato all’improvviso il suo viso butterato
nello specchio della vita ben riflesso nella fonte
e ha scoperto un volto sfatto col segreto mai svelato
dalla vasta sua ferita sangue attivo sulla fronte.
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L'autore
Peppe Cassese
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Commenti (1)
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RitaLM14 maggio 2018
Una composizione molto particolare che spazia tra ironia e realismo e che va gustata attentamente, facendo soprattutto attenzione alle metafore che, naturalmente, abbondano.
