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Fiabe 8 settembre 2018 · lettura 26 min · 599 letture

L’Imperatore dai Germogli di Té

Massimiliano Zaino 1199 poesie pubblicate
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Così cantava un dì il Dragòn cinese, cantava una canzone dolce e flèbile di prodezze e di guerra, e quiete e Amore; cantava eterni misteri e perenni noie, e trambasciati cuori, e afflitti volti... e cantava... cantava; e il cièl notturno del Catài suo immane, cui i sacri Dei lo dièdero a custode, e che era la sua tana e il suo dominio, fu allòr che un giorno di questi versi gentìl e profani... d’immenso si coprì. Suonate voi, oh divini flauti antichi, che dal bambù siete stati intrecciati da’ i saggi legnaiuoli!... e tu, Konghoù, sì dolce arpa... deh, trilla insièm danzando con il liuto sacro che, con le quattro corde, inneggia a’ i Numi avìti e agli Antenati tutti! e tu, Shèng, pìccolo lamento di tue trèdici canne, sìbila e canta... e il Dragòn accompagna che si cinge di questa antica terra e gioie e dolori a immortalàr! Così cantava un dì il Dragòn cinese! Cantava che era Notte, e il cielo tetro. Poche ore, forse, mancàvano all’alba nuova, sì che da Levante lentamente il celeste mantello si rischiarava, or lasciàndolo preda delle tènebre, ora coprèndolo appena d’un fìl di roseo e fulvo lume. Lì, su’ i vicini monti, eterno e immòbile l’immane muro di Cheng regnava a solida difesa d’ogni sconfinato lìmite; e da lì, appunto, venìvano tristi e melànconiche ombre di guerrieri, con le loro alabarde e l’alte picche, e gli appuntiti elmetti, e le corazze di ferree piastre ordite... Tornàvano dalla guerra funesta, ed èran vinti, e sgomentati... e biechi; e l’insegne funeste èran infrante, segno nefasto di sconfitta oscura, vaticinio di Morte e di timori... segno fatàl! E dietro loro, carri atroci e bruti procedèvano avanti, su’i qual giacèvano i prodi eroi estinti nel violento certame. Allòr fu chiaro che gli Xiù-gno, i Bàrbari! i selvaggi! i crudeli... i sanguinari! le reali truppe massacràron tosto... e a nulla valsero in sul muro i forti balestrieri dall’arme aguzze e sacre, a nulla gli altri arcieri... nullo il valòr! E sur d’un carro, or trafitto e coverto di fanghiglie e di piaghe, ahimè! giaceva l’Imperatore... l’Imperatore! il nostro sacro Re, il nostro Padre!... e intorno stava, dolente e a cavallo, il primo suo condottiero... e piangeva, e ne chinava il volto, e vergognava... e conficcata alla mancina scàpola colma di sangue avèa una trista freccia... e sovente guardava il corpo morto del sacro Re, di colui che gli Dei avèan donato a santa e saggia voce della Volontà loro... di colui che, guerriero, ei amò cotanto e che ovunque servì... E ora... ora era spento, addormentato per sempre nel sonno da cui non v’è risveglio, se non là, nel Pèng- lài!... Ma questo suo condottiero, alla fine, benediceva d’èsser vivo ancora... che i truci Bàrbari avèsser ucciso altri e non lui... E allora pensava: la sua famiglia che avrebbe rivisto, dopo che la abbandonò promettendo presto ritorno e conservata Vita, e l’ara degli Antenati cui in preghiera si sarebbe chinato nuovamente... a ringraziare, forse, del respiro ancora trattenuto; e pensava a’ le figliuòle... a’ le sue figlie pìccole e care che di nuovo avrèbbero lui chiamato "Padre"... figlie che a’ poco ne sarèbber state pronte ad accoglièr possente marito; e pensava a’ la sua sposa, a’ i baci suoi, a’ gli àttimi felici pe’ i giardini di Chang-àn... E piangeva!... Come poteva osare?... Il suo signore - appèn vicino - defunto stava... ed ei? Pensava d’èssere scampato a’ Morte, e a’ lutti altrui, al pianto della moglie e della prole! Oh tracotanza infame pe’ un guerriero!... Così, a lungo ei rivolse il guardo al muto cadàvere adorato, e per rabbia e per sdegno prese il dardo che aveva conficcato e lo spezzò, la metà rotta a terra rigettando con furore irabondo. Così cantava un dì il Dragòn cinese! Oh Tài- pèng... Tài- pèng! Così svelto chiuso in terribile lutto per la Morte del tuo signore, poscia ardita pugna contro que’ Bàrbari i quai, oltre i confini, sereni vìvono e ignoranti e forti, contenti di vagàr di qua e là, in questua di nuovi pàscoli e pìccole terre! Tài- pèng... Tài- pèng! Oh vìttima sublime di guerre insane per rènder sicuro il Regno che edificò Shi- Huantì, dopo anni d’odio profondo tra le dinastie tue!... Oh Tài- pèng! Quanti lutti oggi hai contati? Quante madri private de’i lòr figli in armi corsi... corsi a miràr se le leggende avìte del Pèng- lài siano vere e non menzogne... corsi a morìr! Oh Tài- pèng! E ora chi siederà, dunque, sul tuo trono possente? Così cantava un dì il Dragòn cinese! Cantava che l’Imperatòr aveva un figlio, e che era giòvine e inesperto, e a’ vizi dèdito, e pronto a’ la noia, e il nome era Huen- dì. Cantava che il giovinetto ancòr più divenne folle, e crudo e bruto e infame nel rimiràr il padre estinto e morto... nel vedèrsi quel volto amato... e pàllido... e spento... e silente per l’eternità... nel sapèr che mai più lo avrebbe udito contàr di leggi morali e di saggi consigli... che mai più sarebbe stato tra le sue braccia; e allòr per questo lutto ei un’immane iracòndia co’ il suo Pòpolo, ahi! l’insano! sfogò. Imperatòr novello ei proclamato, così le tasse alzò, e oro pretese... oro, e ricchezze e piaceri; e non sapiente, un Tiranno divenne, ombra di quelle più oscene e brute... ombra che all’ombre andò. Così cantava un dì il Dragòn cinese! Oh Tài- pèng... Tài- pèng, così tristo istante il tuo dolòr invade; e il tuo signore di te, forse, si fa beffe e d’ischerni insani ei dovunque il tuo fièl riempie, e ti sogghigna! Oh Tài- pèng, pòvera ombra di trascorse glorie e pàllidi fasti... ora inghiottito dal vizio e da brìvidi di Morte atroce e d’ingiustizia infame, Tài- pèng, che con più possa resistesti a Notti cupe di Bàrbari e guerre... mìsero mio Tài- pèng! Così cantava un dì il Dragòn cinese! Cantava che Huen- dì un giorno ne andò nel meridiòn dell’Impero e che, lì, nello Yùnnan, a riscuòter le gabelle ei stesso ne bramava. Per miglia e miglia si fè trasportare su’ una lettiga, e intorno, avèa gli sgherri, i qual, a cenno suo, vessàvan spesso i campestri villaggi. E il Pòpolo lo odiava e ‘l maledisse, ed ei più che Imperatòr fu un bandito!... V’era un villaggio nello Yùnnan sacro, ove tra le risaie, in trista miseria vivèan un padre e una giòvine figlia che nulla... nulla dassenno avèan, sì tanto pòveri stàvano. E fu così che il bruto Imperatore da costoro pretese monete e oro. Cheng, il pòvero padre, volèa dargli sol de’ i sacchi di riso, quei che avèvano per vìvere a giornata, e tanto lo pregò che nulla d’altro possedèvan; ma l’empio non credette, e insistendo, sbraitò. E intanto i tristi sgherri del Sovrano sghignazzàvan contenti come ubriachi, e minacciàvan tremende violenze a’ gli altri contadini, i quali, in fine, il poco oro ne dièdero. Huen- dì, però, non era pago ancora, e ancora ansando insisteva da Cheng. In realtà, gli credeva... ‘l sapèa mìsero, glielo vedeva da’ i vestiti umìli... da’ i tessuti e stracciati e sporchi, e guerci; ma ei aveva il desiderio sì crudele di vessàrlo, ahi, il furioso! E Hsi, la figlia! che pòvera fèmmina... che mìsera creatura! Così muta, terrorizzata in silenzio da quel Re così infame... da quel Re che spesso ella in volto fissava, con le làgrime lievemente annunziate agli occhi belli, quasi a cercàr pietà! E Hsi! "Chi fia costei?" chiedèa tra sè l’Imperatore "Perché mi rivolge quello sguardo gemente?... Perché quasi sento di non resìstere a tal pianto?"... e poi risolse "Facciàmola piàngere!". Così Huen- dì ora ordinò a’ gli sgherri suoi di prèndere quel vecchio uomo cencioso e di portarlo in prigione a Chang-àn. E quel che poi successe, rivòltandosi, si rifiutò di guardare, quasi avesse paura del cuore suo. Infatti, brutalmente tolto via all’abbraccio impaurito della figlia, due alabardieri Cheng prèser con sé... E Hsi... Hsi si buttava a loro dianzi... in ginocchio, e ‘l pregava, e pietà ambiva... e a’ le risate de’ i crudeli sgherri dicèa all’Imperatore che giammai ei èsser poteva davvèr sì malvagio... che non così si pingeva il Sovrano della sua terra... e per poco uno sgherro per zittìrla non la frustò. Ma, intanto, il padre, la ciurmaglia, e tutti gli altri ora si allontanàvano; e Hsi rimase sola... rimase a piàngere. Così cantava un dì il Dragòn cinese! Oh mìsera fanciulla! Smorta e pàllida, condannata a soffrìr dalla sua terra... prostrata al suolo e di cenci coverta, con le sue gambe mezze ignude e in trèmiti, e prementi i vermi d’un fango irrisorio, d’un fango che la vuole fatta di sé... che ride e ghigna come questi sgherri della sua povertà e del suo dolore, del pòver padre incatenato e vecchio il quale ora farà a piè miglia e miglia, dalle alabarde punzecchiato... e verso il perìcol di Morte!... Oh mìsera fanciulla! Qui indicata a vergogna da tutti mentre giace a terra... e piange... e che poi tutti abbandònano tosto! E tu, Tài- pèng, lo tòlleri?... Così cantava un dì il Dragòn cinese! Cantava che Huen- dì fu sì colpito da quei bei occhi di donna che bramò prèndersi una moglie. Ma niuna fèmmina a Chang-àn gli venne apprezzàbile e bella sì che più volte, per rivedèr tai occhi, chiamava una concubina di nòbili suoi amici, e la faceva lagrimare a suòn d’insulti e grida. Ma anche così non trovava èsser pago. Allòr bandì per tutto il gran Impero che, poiché egli cercava una fanciulla per sposa, le fanciulle più serene e ricche e belle, avrebbero dovuto entro la fìn del mese presentàrsi alla Corte, e costì fàrsi scègliere da lui istesso. Hsi sentì il bando che un araldo urlava, e dopo giorni e giorni di aspro pianto e tanta angoscia, allòr pensò d’avèr una speme... una inqieta speme estrema di liberàr il padre. Si sarebbe così fatta miràr a Corte, e appèn dinnanzi all’empio Re gli avrebbe detto la verità ambita: no! non era lì per èsser sua sposa, ma per riavèr il padre!... Eppùr v’èran problemi. Come, infatti, poteva andàr a Corte, lei... una mìsera fanciulla priva di tutto, che a’ stento non faceva la fame per un campo di riso? Lei, con i vestiti sporchi e stracciati e cenciosi?... Lei, davanti a un viaggio inquieto al Settentrione ignoto?... Lei, che avrebbe dovuto a’ piedi miglia e miglia fàr... e indifesa e fanciulla?... Ponèndosi queste domande andò all’ara di sua madre... estinta madre... e la pregò... la pregò di aiutarla; e proprio mentre la pregava, a lei sovvenne d’una vecchia e fine seta... d’una vesta materna, non di certo ricca, ma bella... nulla a che fàr con la mùssola cenciosa che ora avèa; e le sovvenne perfìn d’un lontàn giardìn di Té selvàtico e dimèntico a tutti... Avrebbe offerto del Té al crudo Imperatore?... Eppùr in quella stagione il Té ha le foglie ancora chiuse in càndidi germogli... ed è inùtile forse!... Eppure sembra argento, con la sua lanùggine luccicante a’ le fiamme del Sole ambrato!... Eppure argento è quel che il Re ne brama! "Sì!" diceva la giòvine fanciulla, "Offrirò queste foglie al nostro Re, e poi gli dirò il vero; e se davvèr è nato empio e crudele, se le suppliche mie non vuòl intèndere, almeno stringerò mio padre ancora pria che su entrambi ne cada la scure del terribile boia!". Così cantava un dì il Dragòn cinese! Cantava che la fanciulla rivolse i piè in ver il giardìn del Té sognato, e che qui raccoglieva ceste e ceste di sì argentei germogli... che Notte e giorno ivi trascorrèa sempre, lagrimando e fremendo e pianto freddo e sudòr caldo, e che, a riposo della sua fatica, ella sedèa a una roccia e il mìser flauto suonava il cièl intenerendo ovunque... e che nessùn osava darle aiuto, che folle era diventata per tutti... Ed ella raccoglieva... e raccoglieva... eppùr in molti giorni poco avèa colto. Tra l’altro notò che le piante più belle e ricche èran le più lontane... là, sulle cime scoscese e perigliose delle piccìn montagne... là, ove pietre e sassi e serpi facèvan paura. Sicché un meriggio l’impresa tentò. Hsi s’accinse così a scalàr le rocce, ma posto màl un piede, or cadde e svenne. Ma gli Dei la vedèvano... gli Dei vìndici e forti del Sovrano... i nostri Dei. Fu allora che destàndosi si vide intorno un’ombra istrana e àgile e scialba la qual, quand’ella pianse, a lei vicina si fece. Era una scimmia... e questa scimmia, mirando le ceste della fanciulla e i bei germogli dentro, scattando s’arrampicò per le pietre, e singhiozzando strìduli lamenti, e agitàndosi un poco, altri germogli, i migliòr, i più argentei, raccoglieva e diggiù ogn’ora scagliava. E sovvenne il Tramonto. Hsi, allora, vide che la scimmia avèa raccolti molti germogli e fu contenta, sicché prese per mano l’animàl e seco ‘l portava a’ sua capanna, ove gli offrì dell’acqua. Poscia raccolse in un fagotto arcano il materno vestito, prese un cestòn e vi versò i germogli; poi chiudèa gli occhi, e allòr s’addormentò. Così cantava un dì il Dragòn cinese! Cantava che la fanciulla all’aurora si destò, e che prendeva un’altra mùssola da mèttersi sul corpo... e che, a stento ricordando, un pugnàl si mise in cinta che a un guerrièr nonno apparteneva un giorno. Cantava che Hsi si mise alle spalle il gran cestone e che la falba scimmia in suso vi si pose a sonnecchiàr, forse, o a vegliàr come volèan gli Dei; e che scalza e discinta la giovinetta a’ il viaggio ardito i piedi volse, e alla speme estrema. A Settentrione per tre ore al mattino, e quattro di meriggio, ogni dì andava, sedendo a breve a riposàr e a prènder de’ selvàtici frutti che Natura incolta offriva, per lei e per la scimmia; e in sulla Via di Seta, allòr che giunse, dubbia e quesiti destando a’ errabondi mercatanti istranieri. E fu così che verso sera, Hsi vicina si trovò a Chàng- an, la mèta. Il cièl si preparava al bel Tramonto, e tra le risàie, lontano imperava, com’àquila da’i monti, il muro immane del Padre Cheng. Sì... le torri possenti e gli archi e i merli invasi stàvan dalla triste tinta melancònica e gèlida del vespro... quella tinta un po’ sìmile a’ bei pètali di sì sfumata rosa che, tra il fulvo del fuoco e il vello d’una arancia, il stame erge alle nubi... E, intorno, dalle ripe sacre al riso, scendèvano e salìvano e volàvano selvaggi augelli... lìberi e veloci... lìberi di varcàr i santi lìmiti da Cheng imposti a’ generaziòn pròssime... lìberi di solleticàr i divi troni per l’atmosfera arcana e antica... lìberi di sognare! E il riso stava ancora un poco verde sotto il cièl che piàn, piano si oscurava... ed ergeva i sogghigni sorridenti delle sue rane... e ripeteva l’eco... e animava la terra co’ il suo spiro... Ed era dell’Eterno la beltà!... Qui, Yn e Yang, come la sposa co’ il marito, s’abbracciàvano stretti, e discorrèvano, e borbottàvano, e poi litigàvan... e salìvano al Tàlamo, e generàvano i figli e le figlie, e richiamàvano i Morti dal Regno delle Ombre. E fu Natura! Così cantava un dì il Dragòn cinese! Cantava che la fanciulla d’un tratto fu presa pe’ i capèi da màn crudele, e che quando il guardo volse, due banditi di tergo ne notò. Il prìm era il più vecchio, un gràn colosso, con i capelli avvolti qual un prode, e in màn tenèa una spada e in spalla un arco. L’altro, invece, pareva un giovinetto, e una balestra trèmulo puntava a’ la fanciulla. "Dove andate a quest’ora?" chiese il veglio il galantuòm facendo "Non sapete che qui, per queste vie, si fan incontri sconvenienti e fatali pe’ una fèmmina?... Vi sono in giro certi ghigni..." e rise, "certi pedaggi da sborsàr e tosto!... Quasi a dirvi, o il cestone o il vostro corpo!... Mi intendete, nevvero?... E benché siate cenciosa e misèrrima, bella voi siete, e mostrate bellìssime gambe... gambe che gli uòmini perduti a vagàr per tai strade son anni e anni che non scòrgono più... No!" ansimò leggermente nel miràr il pallòr della mìsera e sentendo il suo silenzio, "No!... Non state in trèmiti... sapete? Sono un galantuòmo, o almeno, il fui. E poi sono vecchio, non son come questo giòvine mio compàr di forca... ardente... bello, focoso... Intendete?... Se voi ci deste il vostro cestòn, giuro, vi lasceremmo andare avanti. Adesso, donzella, tocca a voi!". Hsi era impaurita, e tutta si tremava, e non sapèa che fàr. Temèa quel dardo al suo cuòr sì puntato, e quelle verba gentìl ma oscene temèa ancòr di più... sì ché il vèr gli rispose, e disse "Imploro da voi pietade!... Sòn donna e son pòvera, e questa cesta di germogli è colma che dal Té un dì ho strappati. Qui in pianto vago e corro in ver Chàng-àn poiché con questo dono io vò parlàr con il Re nostro, e intenerìrgli il cuore, giacché egli ingiustamente il padre mio - vessàndolo - in prigiòn lo portò un giorno. L’Imperatore, infatti, un dì al villaggio si portò e chiese e argento e oro e ricchezze a noi mìseri. Poiché non avevamo questi fasti, ei s’adirò contro il mio vecchio padre... E ora, vò che ei lo lìberi e me’l dìa... per questo ho colto questo Té... poiché comprenda che soltanto questo io posso dargli, sprecando le mie Notti e i giorni, e che questo è il mio argento!". Ma a questi detti, il giòvin balestriere a quella cesta s’avvicinò, e fatto per afferràrla, tanto impallidì quando la scimmia s’erse co’ il suo muso... muso che ‘l minacciava. Frattanto l’altro bandito iscoppiò così in risate, e sogghignò irritato "Voi?... Pazza siete!... Io sono Kàng, e fui il condottièr supremo del compianto Imperatore... del padre di questi che ora è sol vizio" e scoperta una spalla alla fanciulla palesò una ferita. "Una freccia colpì il mio furòr baldo quando i Bàrbari uccìsero il Sovrano... e poi? Huen- dì che fa?... Mi accusa - il bruto - d’avèr ucciso il padre, e imprigiona mia moglie, e le mie figlie, e - graziàndomi - il folle mi esiliò. Da mesi attendo da stolto bandito la mia vendetta... raccòglier dell’oro, e mètter su una truppa mia, e marciàr contro il malvagio, e liberàr i miei cari, e il Pòpol tutto... No, mia fanciulla! Voi siete una pazza! Huen- dì s’adirerà furiosamente, e voi... voi, co’ il vostro padre finirete su un patìbolo osceno... Ma se davvero siete del volèr di proseguire, ebbèn! sappiate... fui e sono padre. E non lascerò mai una fanciulla sola per tal via. Vi accompagnerò a Chàng-àn. Ma lì entràr non potrò. A voi la scelta!"... E la fanciulla scelse di tentàr la bieca Sorte. Così cantava un dì il Dragòn cinese! Cantava che di Kang il compàr era un contadino. Il suo nome era Tài- zù. Era adirato poiché il gran Sovrano, quand’ei ‘l volle, proibì la scuola ambita. Ei, infatti, desideràva studiàr, ma pòvero era. A fàr il masnadièr si diede allora, e stolto visse soffocando i Sogni. Cantava che il guerrièr fedele Kang colmo d’orgoglio viveva e che un giorno disse a Hsi "Quando sarò Imperatore, di voi mi ricorderò, e bene avrete". "Quando sarete Imperatòr?" gli chiese la donna. "Certo!... Huen- dì è uno stolto morto che per me avrà scaldato il grande trono, sul qual farò di nuovo immane il nome di nostra terra!". "E se pentito fosse, neghereste a lui il perdono?". "Perdonàr questo cane? No... fanciulla! Morirà tosto. Sarebbe un vigliacco se si mostrasse pentito... Vi pare?". "Ma voi siete un guerrièr... un cavaliere, e come tàl, dovete comportarvi!". Ma Kang non sentìa ragioni e ghignava. Viaggiàvano da molto, quando fu che alle porte sublimi di Chàng-àn, un funzionario imperiale fuggiva ver la campagna... e gridò d’aiutarlo. Kang impassìbile or stava e ghignante, si ché Hsi gli diceva "Fate voi qualcosa per quel mìsero che fugge!"... e intanto, bande d’armati furiosi al fuggitivo corrèvano dietro. "Fia We- hì, nòbile amico del Sovrano" rispose Kang "Che vada a trovàr gli Avi!". "Ma è in perìcolo!" disse la fanciulla, "E voi cavalièr siete. Dàtegli aiuto!". "Ha ragione!" sclamò Tài- zù "tra l’altro, forse, costui ci farà entrare tosto, e accompagnerà, poi, a Corte questa donna!". E così Kang si convinse, e allòr corse dietro a’ i malvagi, e con le frecce acute di Tài- zù, ebbe la meglio su que’ bruti. We- hì, allòr, lo riconobbe... ma fu grato, e saputa ogni cosa, la fanciulla ei accompagnò al Palazzo. Così cantava un dì il Dragòn cinese. Cantava che la fanciulla a Chàng-àn entrò e verso il Palazzo si diresse. "Sire" diceva a We- hì "non posso entràr così vestita e sudata e cenciosa. In questo mio fagotto ho un’altra veste, ma... insomma... ho d’uopo d’acqua e di non èsser vista". Allora We- hì tosto indicò a lei una vecchia casa e le rispose: "Nessùn vi àbita, e in cortìl v’è un fonte. Entrate, e fate quello che dovete!". Quando Hsi uscì era bella e lustra e monda, e We- hì i monìli d’un’amante sua con grazie le prestò. E giunsero a Corte! Così cantava un dì il Dragòn cinese! Cantava che l’Imperatòr sen stava crudele e furibondo in sul suo trono e che a tremenda noia ebbe e ne trovava le prime madamigelle che, piene d’oro e d’argento e d’adamanti ameni, s’èrano presentate qual volèa l’appetitoso bando. Quando Hsi entrò nella sala del grande trono, co’ il suo cestone ancòr in spalle e la scimmietta, v’èrano appunto due di queste dame... due Persiàne, di cui una a’ piedi scalzi e a’ ignudo ventre una danza faceva che il Re colmava di furente tedio. Tant’era, infatti, annoiato e furioso, Huen- dì nemmèn s’accorse della nuova donzella e del suo amico... compàr gaudio e fedèl di convivi e d’altri vizi. "Maestà!" sclamava We- hì... ma la fanciulla sopravvenne e, prostràtasi in ginocchio dinnanzi al Re, gli disse "Maestà, mio Dio e Padre... Padre di tutto il Catài" e ben teneva il guardo a’ terra chino che il crudo non la riconobbe ancora. "Maestà, vedete... non sono qui sìccome queste gran Principesse... non son qui per supplicarvi di prèndermi sposa...". "Proseguite, fanciulla!" ordinò l’uomo che a fianco stava del Sovrano e che pubblicamente gesti e voce per tradiziòn prestava. "Maestà, benché fingiate di ignoràr la mia presenza e i miei detti... ascoltàtemi, vi prego!... Sono Hsi, una poveretta, una fanciulla umìle... e voglio farvi un dono", e detto questo prese il cesto, si mise in spalle la falba scimmietta, tenne chinato il volto, e lo aprì "Deh! Maestà... qui vi regàlo questi germogli argentei di Té che io stessa con l’aiuto di questo animàl dalle pietre dello Yùnnan ho raccolti... poiché soltanto questo è ciò che posso darvi a placàr l’ingorda sete d’oro". Udendo questi detti, le Persiane la squadràron con sdegno e la derìsero, mentre l’Imperatore un guardo volse al Tè che poi voltò da un’altra parte. "Maestà!" diceva Hsi "Prendete il dono che vi offro e se volete, concedètemi una grazia... Mio padre è qui che geme sempre, è in prigione. Vi prego, Maestà, liberàtelo e fàteci tornare al nostro riso... a’ le nostre capanne... Vi prego! So che avete un cuore buono!", e lagrimando stava, e alzò i suoi occhi e guardò il Sovrano, e Questi la mirò e la riconobbe: s’alzò dal trono ma cadèr si fece in giù, su’ gli scalini... e si coprì il volto... e pianse... pianse, come un bimbo, pianse sentèndosi ora chiamàr buono... pianse sentèndosi il cuòr palpitare... pianse pensando a’ i crìmini commessi, alla memoria del nòbile padre... pianse perché capì che intorno avèa masnade di signoretti e madame che dàvano il superfluo, che fingèvano affetti e ardori... che l’or non è tutto. We- hì era incrèdulo, incrèdule l’altre fanciulle, le Persiane... era perplesso il fido araldo al fianco... E l’Imperatòr piangeva... piangeva, e singhiozzava. Fu così che Hsi si alzò e gli andò presso, si sedette vicino e lo abbracciò. Huen- dì scoperse il volto e la fissava, dopodiché la abbracciò anche lui e tosto ordinò di libràrle il padre amato. Così cantava un dì il Dragòn cinese! Cantava che il Sovrano volle Hsi in sposa, e dopo mesi di giurato Amore, la sposò; che il di lei padre Cerimonièr di Corte ne divenne; che Kang raggiunto fu, che gli ridiede e moglie e figlie, e comando e bei feudi; che Tài- zù potè studiàr finalmente; che la pòvera gente dell’Impero imparò a pagàr le tasse co’ foglie e germogli di Té; e che nello Yùnnan, tuttora, stuoli di scimmiette bianche aiùtano gli èsseri umani a raccògliere la divina bevanda degli Dei. Così cantava un dì il Dragòn cinese!
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L'autore
Massimiliano Zaino

Saluti a tutti i lettori e a tutte le lettrici. Sono nato nell'agosto del 1988. Già dai primi anni di scuola ho sviluppato una vocazione per le materie umanistiche... vocazione questa che è impetuosamente esplosa nell'ultimo anno della Terza Media e nel primo anno di Ginnasio del Liceo Classico. Appassionato di Stori

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