L’onda e la battigia
Paolo Marongiu
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Nell’immensa spiaggia solitaria
ci piaceva, senza fretta, camminare.
Un gabbiano ci osservava curioso,
l’autunno esplodeva nell’aria.
Tu parlavi di un tempo misterioso,
degli antichi abitanti del mare,
di energia perfetta, simbiosi totale,
di un mondo di luce rimasto ad aspettare.
Io ascoltavo nella tiepida brezza
la tua voce mescolarsi alla risacca,
rotolando senza opporre resistenza
in un vortice di interminabile ebrezza.
Pensavo all’enigma della mente,
ai cicli dei giorni e dei pianeti,
all’ipnotica cadenza delle onde,
a un richiamo ancestrale e suadente.
Catturati dall’acqua e dal sale
potevamo nuotare per ore,
frementi, estasiati ed esausti,
oltre scogli, relitti e confini.
Nel saluto consueto, al tramonto,
la promessa di trovarci al mattino,
ma quel giorno il tuo sguardo vagante
inseguiva un percorso perduto.
Nel ricordo custodito per anni
di quell’ultima sera lontana,
oltre il varco del vecchio orizzonte
ti spingeva bramoso il maestrale.
Vidi il sole ferirmi la fronte,
vidi un’onda più scura e più alta
innalzarsi orgogliosa e regale,
abbracciare il tuo corpo sfuggente.
Vidi il vento maestoso e felice,
vidi un’onda più azzurra e più alta
ritornare leggera al tuo posto,
ricoprire la riva lucente.
Nella spiaggia immensa e solitaria
senza fretta mi attardo a camminare.
Un gabbiano mi osserva dal cielo,
l’autunno si effonde nell’aria.
La risacca distende il suo velo,
poi un’onda, bianca, splendida, enorme,
ricopre la battigia e vi disegna
un segno senza tempo: le tue orme.
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Paolo Marongiu
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