Quattordici Agosto duemila e diciotto
Novanta metri,
di paura e morte,
sotto le ruote,
la strada ha ceduto,
sprofondando nel nulla,
per un tempo infinito,
macchine e camion,
lanciati nel vuoto.
Stralli strappati,
da mani invisibili,
mani consunte.
Alcuni pezzi d’asfalto,
saltano su,
in alto,
in alto,
per poi cadere,
e sparire,
sotto un cielo,
plumbeo.
Pochi attimi,
un tempo infinito,
la vita scorre,
scorre a ritroso,
in un film in cellulosa,
reminescenze,
lampi di giorni,
lontani,
mentre si stringe,
con rassegnazione
l’ultimo alito di vita,
e si scorgono gli angeli,
di un paradiso,
non più lontano,
ora vicino.
E giù,
giù,
come un proiettile,
sparato
da un’arma ancestrale,
come una palla
di cannone,
che reca il suo,
messaggio
di distruzione,
e massacro.
Poi,
rovinare al suolo,
in una giornata,
d’agosto.
Un punto nevralgico,
collegamento autostradale,
un ponte,
è crollato,
come un castello di carte.
Quarantatre vittime,
tra i rottami,
di un destino
fatale,
vittime,
del logorio,
del tempo,
vittime,
dell’inadempienza,
nella salvaguardia dovuta.
una città a lutto,
nell’incredulità,
assoluta
in una vigilia,
di ferragosto,
imbrattata,
di sangue.
©
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