Dialogo fra l’inquisitore e la strega
Nel nome di quel Dio che ci ha creato
e che ci sazia di benevolenza,
in questa terra che l’ Onnipotenza
all’uomo giusto e pio ha destinato;
in nome e grazia del divino afflato,
pretendo piena la resipiscenza
o sconterai la giusta penitenza
per l’abominio, orribile reato.
l’Eterno sia placato dal dolore
inflitto a queste misere tue carni;
quest’anima purifico col fuoco
che dell’inferno anticipa il calore;
sei donna e questo basta: tu reincarni
il male stesso, o strega, e sei dappoco.
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Trafitta, martoriata e vilipesa.
In nome di qual dio, lo grido forte,
qual dio ti dà la vita e brama morte,
e quale può far sì che venga offesa
la figlia, che, incolpevole, ha pretesa
soltanto di sfuggire a questa sorte!
Confesso quel che vuoi, pur sono estorte,
e attendo che la pira venga accesa.
Fra lacrime ed immense sofferenze
la carne mi si stacca dalle ossa,
e intorno sento ridere la gente;
e muoio per assurde diffidenze!
Neppure avrò il ristoro della fossa:
accoglimi, mio Dio l’onnipotente!
©
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