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Impressioni 21 ottobre 2024 · lettura 24 min · 197 letture

Storia di storie romagnole

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Maria Grazia Cavini 2 poesie pubblicate
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1 Donne, bambini, adulti e gran signori, bambine, giovanotti e vecchierelli, esperte ballerine e muratori, regine, gondolieri e giovincelli, leggete questi versi dedicati ai personaggi qui sotto citati: il Passatore, Artusi e la sorella, la cui storia, di certo, non fu bella. 2 Intreccio di destini in un vissuto di due persone di lignaggio vario, l’uno brigante, l’altro risaputo, autore di un famoso ricettario. Entrambi vissero la loro vita così come l’avevano costruita. Non fu la stessa cosa per Gertrude, che visse e poi morì in maniera rude. 3 Se volete seguirmi con pazienza, nelle storie sarete trasportati, e in seguito verrete a conoscenza dei fatti sconvolgenti qui narrati. Grandi avventure, volontà esaudite, persone fragili, oltreché colpite, dalle fortune avverse o compiacenti, in un fiorire degli accadimenti. 4 A Boncellino di Bagnacavallo in piena e vera terra romagnola, della Chiesa regnante con l’avvallo, il Passatore nacque, della scuola di chi vivrà la vita con l’inganno, coi furti, le uccisioni e il grave danno che apporterà alle genti rapinate e, in mille modi e casi, maltrattate. 5 La colpa, invero, fu anche dello Stato, conosciuto e chiamato Pontificio, che quella terra aveva massacrato, con un crudele e antico sacrificio, fatto di tasse e grandi vessazioni, triste realtà per le popolazioni: vera condanna ad una vivere scuro, di sotterfugi, malsano e insicuro. 6 Si chiamò Passatore perché il padre traghettava persone sul Lamone e portava il cognome della madre Malandri si chiamava, all’occasione. Di dieci figli l’ultimo arrivato a una scuola privata fu mandato per prepararsi bene a esercitare il mestiere di prete sull’altare. 7 Se ne fuggì altamente schifato da quella scuola di quasi prelati, per ben altro mestiere era portato, e per altri guadagni procurati, rischiando la sua vita ogni momento per un monte di gloria od un frammento, per sfidare i potenti a tutto spiano, dominarli col gesto della mano. 8 Stette col padre. pronto a lavorare, lungo il Lamone a guardare la vita e le persone di cattivo affare, in una storia lunga ed infinita, di imbrogli e ruberie, per imparare come l’essere umano sopraffare, per farsi vincitore di una sorte, poco benigna e dalle braccia corte. 9 Di notte soprattutto lui ebbe modo di fare conoscenze non fidate, ché fisso in lui stagnava questo chiod di vivere la vita con bravate, come rivalsa contro l’oppressione di chi al potere aveva l’occasione di gestire il volere a caro prezzo sfruttando le persone con disprezzo. 10 Stefano Pelloni, così era il nome, ma per tutti era solo Stuvanè, lui ci teneva, ci teneva eccome che si citasse il padre, questo è, per cui sarà Stùvan de Pasador, la firma del brigante del terror, che sentiranno quei malcapitati da lui presi di mira e maltrattati. 11 Fece altri lavoretti di maniera, umili certo e per poco denaro, ma l’obiettivo un’altra cosa era gli piaceva l’impresa da corsaro, finché fu condannato per la morte di una ragazza incinta, mala sorte, colpita da un accidentale sasso da lui lanciato a guisa di smargiasso. 12 Per una lite a Pieve di Cessato, che coinvolgeva vari ragazzotti, sbagliò il colpo, fatale, e condannato fu a vivere nel carcere le notti, ma non rimase il Nostro a vegetare e progettò ben presto di scappare, lo fece usando la sua fantasia, un buona sera a tutti e fuggì via. 13 Imprigionato per le ruberie riuscì a scappare via tutte le vòlte, segui coscientemente quelle vie, in cui credeva, e la sua buona sorte lo mise a capo di una prima banda, che audace agì, laddove la sua landa fu per Pelloni l’utile proscenio, da Brisighella a Casola Valsenio. 14 Dal carcere, a gestione familiare, di Russi, Stuvanè potè sparire perché riuscì a far innamorare la moglie del guardiano... e poi fuggire. Una porta restò, per caso, aperta, ne approfittò il brigante, sempre all’ erta, vigile sempre, pronto per scappare, lo fece e poi, ricominciò a rubare. 15 Così che preparato al suo mestiere si organizzò e divenne il titolare di due bande famose nel dovere gestire, con scaltrezza, il malaffare: Giuseppe Afflitti e Giuseppe Babini, i capi delle bande di assassini, che si unirono in un nome comune, di Stuvanè e delle sue fortune. 16 Per rendere più saldo il suo potere, il Passatore a spese non badò, sfruttando delle genti il dispiacere, d’informatori una rete creò, ché lo aiutasse nelle scorribande della Romagna fra città e lande, anche un prelato e pure un poliziotto furono membri del patto corrotto. 17 Le due bande divennero una, audace, da quindici e più uomini composta, di atti violenti fu molto capace, atta allo scopo di dare risposta a quello Stato Pontificio che con un chiaro motivo ed un perchè, dar si rifece l’armi consegnate ai romagnoli, all’epoca donate. 18 Per difendere i grandi patrimoni, che possedeva da sempre in Romagna, non fidandosi più di quei demòni di quella terra che il Lamone bagna, dall’Austria preferì farsi lo scudo, con un accordo pragmatico e crudo, che prevedeva il loro contributo, dai romagnoli per niente piaciuto. 19 E il Passatore insieme ai suoi ribaldi, braccianti contadini ed artigiani, per l’avventura e la rapina caldi, nei paesi e in città mise le mani e scorribande fece a tutto spiano, a Bologna, Ravenna e tutto il piano, a Ferrara e Forli si trovò spesso, operando per anni con successo. 20 Tenendo in scacco la Gendarmerie Austriaca e Pontificia, con l’aiuto di connivenze atte alle ruberie che il buon Stuvàn usò con sottil fiuto, da lui usato e mai abbandonato, per evitare d’esser catturato ricompensava chi lo sosteneva, coi beni tolti a chi lui derubava. 21 Nacque così di Robin Hood la storia che il Passator togliesse a chi poteva, per poi distribuirlo, con gran boria, a chi proprio un bel nulla possedeva. Verità era invece un’altra cosa: la ricompensa congrua e generosa che il brigante elargiva a ringraziare quelli che lo aiutavano a rubare. 22 Il mito del brigante buono nacque dal popolino che in lui vedeva di loro il solo a cui no, non dispiacque combattere con chi li derubava, cosa che Stuvanè fece davvero, con gran coraggio e spirito guerriero ma per altre ragioni ben diverse da quelle dai sostenitori emerse. 23 Anche Pascoli lo chiamò cortese nella poesia Romagna e Fusinato nei suoi versi lo definì palese contestatore del potere dato. Rubava, ai ricchi, soldi, con pudore, che poi elargiva a tanti, con amore. Non furon certo queste le ragioni del malaffare suo e dei suoi ladroni 24 Garibaldi lo disse coraggioso nello sfidare i centri del potere e il poeta Guerrini fu orgoglioso nel chiamarlo colui che vergognare fece gli usurpatori non voluti da quelli che inneggiavan, risoluti, ad uno stato giusto e liberale che optasse per il bene non il male. 25 Per cancellare ogni ombra di menzogna, si dica veramente quel che fu. Il Passatore fu uomo di vergogna, di una Romagna che ora non c’è più. Si comportò da vero criminale, e in ogni dove sparse sangue e male, addirittura sezionò persone, in linea con la propria aberrazione. 26 La giusta ribellione contro il clero, che aveva impoverito quella terra, degenerò in un contrasto vero contro la gente, con insana guerra, contro il buonsenso, il vivere normale, con un comportamento da animale, efferatezza estrema, immotivata per una meta òrrida e sbagliata. 27 Invase e saccheggiò le cittadine Bagnara, Castelguelfo e Cotignola, Longiano e pur Consandolo ed infine Brisighella, bellezza romagnola. Le ricche abitazioni dei più abbienti saccheggiate con beceri espedienti, torturati con astio i titolari, seviziati con odio senza pari. 28 Alto un metro e settanta, il Passatore, capelli neri aveva, occhi castani, fronte spaziosa, come gran signore, col crimine, da sempre, nel domani, pallido il viso, torvo e sguardo truce, della legalità mai vide luce, piuttosto che pietire un’altra sorte, non volle vivere e cercò la morte. 29 Ma un altra impresa alfin volle tentare prima di cambiar vita suo malgrado: di Garibaldi i soldi derubare e ancora vivere allo stato brado. Sparsa era voce che l’eroe avesse un tesoro nascosto che potesse essere prelevato nel percorso della sua fuga, dall’austriaco morso. 30 Subito accorse all’ultimo rifugio, in cui l’eroe avea mostrato faccia, con gli scagnozzi pronti, senza indugio, ma ormai di lui non c’era proprio traccia, nè tesoro, né eroe, solo un abbaglio. Resosi conto dell’enorme sbaglio, chi ultimo lo vide derubò, e con quei pochi soldi se ne andò. 31 Avevano gli Austriaci ripreso della Romagna il predominio intero ed il Papato sentendosi offeso dalle sconcezze del Brigante, invero, ne ordinò la scomparsa immantinente, per sconfessare tutto il suo presente, e il primo passo fu la distruzione, della rete di amici, la fazione. 32 Per una spiata venne imprigionato Fagòt, uomo di punta di Pelloni che, per salvar la pelle, consigliato vuotò il sacco dicendo date e nomi, nomi di spie rifugi e informatori, le case amiche ed i fiancheggiatori, tante persone furono ammazzate, e ad una triste sorte condannate. 33 Dopo Fagòt fu preso anche Lamella che belò come pecora smarrita e la motivazione sempre quella: salvare, e mica è poco, la sua vita, Rivelò il nascondiglio di Farina, Dumandò nominato, una pedina importantissima del Passatore che della fine già sentiva odore. 34 Senza la rete delle protezione, il Pelloni si vide circondato, poteva scegliere la soluzione di salvare la vita, pur braccato, raggiungendo quei boschi in Appennino della Toscana, proprio lì vicino, ma rimase in Romagna per sfidare chi lo voleva prendere e ammazzare. 35 Assieme ai fidatissimi briganti, organizzò un’ultima sua festa, con donnine, cibarie e musicanti, aspettando da ubriachi la tempesta. Gozzovigliarono per giorni tre cercando una salvezza che non c’e: in una vita di crimini fatti non c’è perdono per tanti misfatti. 36 Il venti marzo, anno cinquantuno, nella tenuta Mesa si recarono, in un capanno in due, fuori nessuno, e di non esser visti poi sperarono, qualcuno li scoprì e denunciati furono ai militi, atti e preparati a raggiungere il luogo della Mesa, e ben pronti a far loro una sorpresa. 37 Il Pelloni e Giazol, dentro serrati, si attrezzarono tosto alla bisogna, a difendersi a morte organizzati e fugare del tutto la vergogna d’essere presi e poi sbattuti ai ferri, per la felicità dei tanti sgherri, arrivarono intanto i militari, con il fuoco negli occhi e nelle nari. 38 Il Comandante capo dei gendarmi s’avvicinò alla porta del capanno ma fu freddato subito dalle armi di Pelloni e Giazol, in grande affanno, che uscirono sparando a tutto e a tutti, ma la cosa non diede buoni frutti. Giazol riuscì a fuggire, anche azzoppato, ma il Passatore, invece, fu ammazzato. 39 Il corpo suo poi venne caricato su un carretto tirato da un ronzino, e al mondo romagnolo fu mostrato, come monito ad un triste cammino, da non seguire, ché il Papa è il potere e a tutti impone, a tutti, il suo volere, con molti mezzi a sua disposizione, con la violenza e con la costrizione. 40 E qui finì la storia di Pelloni, per molti un mito perché osò sfidare il potere del Papa in condizioni di estrema povertà ed insegnare alla vessata gente romagnola una diversa strada, un altra scuola, la forza per potersi ribellare nei modi giusti e non col malaffare. 41 Ma Stuvanè nei modi esagerò, non fu né Robin Hood e né cortese, solo un brigante che la forza usò, ma a lungo andare ne pagò le spese. Troppi delitti e troppo male fatto, col diavolo firmò un bieco patto, far quello che voleva in libertà, in cambio della sua felicità. 42 Fu sepolto a Bologna, alla Certosa, Campo dei Traditori, era chiamato, non fu una sepoltura dignotosa, dal Monsignore fu anche diffamato, con la condanna eterna in quanto empio, e giudicato come brutto esempio da non seguire, ché l’esecrazione sarebbe stata senza conclusione. 43 A questo punto è necessario fare un passo ìndietro nella storia detta e ad un preciso giorno ritornare e rivedere quanto il fato metta di suo, quando per caso o per sfortuna, di due vicende se ne fa sol una, due personaggi mettere vicino: il Passatore e Artusi Pellegrino. 44 Artusi nacque da famiglia agiata in quel di Forlimpopoli città dalla vita pacifica e assonnata e visse una serena realtà fatta di studi, prima a Bertinoro, che seguì con impegno e con decoro, e poi a Bologna dove se ne andò per laurearsi, ma non terminò. 45 Se ne tornò a casa per gestire, con il padre, l’avviata drogheria, e il suo obiettivo era conseguire, proseguendo gli studi via via, la fama di valente letterato, la verità che aveva sempre amato, ma il fato suo cambiò la direzione e incominciò un’altra professione. 46 “L’ Arte di Mangiar Bene” comportò una fama di livello mondiale, gastronomo provetto spopolò in maniera, a dir poco, eccezionale. Fu così che la sua Scienza In Cucina diventò una lettura sopraffina, delle italiane manuale prezioso per un buon cibo poco dispendioso. 47 Si trattò di ricette regionali presentate con stile e fantasia, rielaborate in modi sostanziali da coniugare gusto e leggiadria. In tutta Italia il libro fu venduto e piacque immemsamente, è risaputo, contribuì in maniera speciale all’italiano, lingua nazionale. 48 Curioso è che, questo ricettario, fu dedicato ai suoi due bei micioni, parrebbe forse strano e visionario ma Artusi forse ne avea le ragioni. Entrambi, Biancasen e Sibillone, compagni affezionati del padrone, gli diedero, chissà, gli impulsi adatti per gli osannati suoi gustosi piatti. 49 Quattrocento settantacinque erano prima poi diventarono sette e novanta le ricette che giunsero alla cima del ricettario ch’ebbe fama tanta, dagli antipasti, chiamati Princìpi, ai liquori, ed in mezzo gli altri tipi, di piatti preparati con sapienza con gusto fino e adatta conoscenza. 50 Con i fidati Francesco e Marietta sperimentò, con impegno costante, la buona fattura di ogni ricetta con cibo sopraffino ed abbondante, e solo dopo aver molto provato nel manuale veniva riportato con un commento di presentazione non scevro da un’arguta riflessione. 51 Per quest’opera il grande Pellegrino ebbe gli applausi di un noto poeta Guerrini Olindo, spesso a lui vicino, della cucina ambizioso esteta. Si scambiarono lettere e impressioni dibattendo le loro convinzioni creando cosi un’amicizia salda che al tempo si frappone e il cuore scalda. 52 Fu uomo generoso e lo mostrò ricordando la sua città natale, possedimenti e lasciti donò per far beneficenza in generale, dando disposizioni ben precise, che fossero da tanti condivise, le sue sostanze dell’eredità, per una sana e giusta società. 53 E Forlimpopoli oltre a ricordare il suo famoso e caro cittadino istituì una festa a celebrare la fama di colui che fu vicino a quel piccolo paese romagnolo che un giorno abbandonò non per suo dolo ma per un torto subito con dolore dal malvagio bandito: il Passatore 54 La vita gli cambiò dopo il ricatto, di Stuvanè nel teatro del paese, ai signoroni nella sala fatto e Pellegrino alla fine comprese che era meglio quel luogo abbandonare e Forlimpopoli dimenticare. I fatti succeduti quella sera furono causa di una storia nera. 55 A Forlimpopoli, dopo l’ Ottocento, si traferì il teatro comunale in nuova sede, a miglioramento dell’obsoleto progetto iniziale attivo già dal secoo trascorso con giusto e notevole percorso davanti all’attentissimo consesso con rappresentazioni di successo. 56 Nella Rocca Albornoz fu programmata, sede preziosa del nuovo comune, l’adeguamento di sala adattata per un prosieguo di nuove fortune Per decorare la sala Bibiena, diede il suo apporto per l’opera amena e Liverani scenografo provetto fu invitato per il nuovo progetto: 57 Il teatro con l’ingresso principale, con colonnato al piano superiore, con apertura semplice, essenziale apparve a tutti pratico e migliore Dotato di servizi più importanti e veramente piacque a tutti quanti si diede spazio a rappresentazioni che regalarono arte ed emozioni 58 Fu l’ingegnere Fabbri poi a guidare tanti lavori del Teatro Goldoni le direttive per modernizzare con le più che dovute adeguazioni con materiale solido, efficace ma con la leggerezza che non spiace. Il pittore Bacchetti diede smalto alle decorazioni in basso a in alto 59 di Forlimpopoli arsa come brace dall’Albornoz dipinse l’acre scena nel sipario in maniera sì efficace che fu portato poi, con scelta piena, ad ornare il Consiglio Comunale del Municipio simbolo essenziale, a ricordo di tempi ormai passati ma giustamente mai dimenticati. 60 Nell’ anno millenovecento e uno il teatro Goldoni cambiò nome Teatro Verdi si chiamò e nessuno potè dimenticare quando e come il grande musicista spazio diede alla la sua volontà, alla sua fede di rappresentazione in quel momento di gran figura del Risorgimento. 61 E venne l’era delle proiezioni ed il Teatro qualcosa cambiò, non più attori, ma rappresentazioni ed attori ed attrici battezzò. Il primo cineforum prese quota dopo i film luce della guerra nota che diedero speranze a chi voleva vedere i propri cari e non sapeva. 62 Sono trascorsi così i mesi e gli anni e il teatro è ancora operativo con buoni risultati e un po’ di affanni il Verdi è più che mai pulsante e attivo Oltre la sala interna c’è l’Arena che nelle notti estive porta amena aria fresca che offre un po’ di pace al nostro corpo diventato brace. 63 E tutto quanto questo lo si deve a chi lo ha amministrato per tanti anni che ha superato ogni momento greve con sforzi sacrifici e molti affanni: Nino Bazzoli con la figlia Diva e con la cara moglie lo gestiva, Giulio Vitali detto Pitutì, e il figlio Guido, che è ancora lì. 64 Ma il nome del Teatro prese fama dagli eventi improvvisi ed eclatanti ivi successi, con sottile trama di crudi fatti e storie, ahimè, importanti. I signorotti ignari del paese a causa di provate e losche intese furono derubati a tutto spiano da dai delinquenti col fucile in mano 65 Il Passatore fece a Forlimpopoli il colpo più famosa ed intrigante, piccolo paese non megalopoli, ma il modo fu preciso ed importante. Intanto il gran coraggio dell’impresa, da tutti francamente disattesa, e l’organizzazione col ricatto, che quella banda tosto mise in atto. 66 Con l’aiuto di gente di quel posto i Lisagna, Gardela e poi Rondoni, del Passatore del servizi al costo, seppero di case, ori e patrimoni, e scrissero una lista di signori, a cui rubare tanti bei tesori, ed il metodo usato fu sempre quello: servirsi dello schioppo e del coltello. 67 Con stratagemma da professionisti, entrarono da Porta Forlivese, con fare circospetto e poco visti, si diressero al centro del paese, dentro la rocca e poi dentro al teatro, dove un drammone era rappresentato, un episodio biblico importante: La Morte di Sisara dolorante. 68 Come attori, i briganti minacciosi, sbucarono dal palco bene armati, senza perdere altro tempo, impetuosi, dissero d’essere stati informati della presenza, in sala, dei signori con ricchezze patrimoni e valori. Scortati a casa con armi e ceffoni si fecero aprire porte e portoni. 69 Tredici benestanti del paese furono derubati d’ogni cosa, annullate del tutto le difese l’estorsione fu più che clamorosa. Orologi, ori, biancheria e soldi, depredati dai bravi manigoldi, in un consesso di brutalità, paura e orrore in tutta la città. 70 Fra i depredati, derubato fu anche l’Artusi e la famiglia tutta, per i furfanti solo un deja vu, per i frodati fu una storia brutta. Minacce con percosse e imposizioni, le stile dei bastardi brigantoni. L’ Artusi poi narrò, con precisione, quella nottata di orrore e dannazione. 71 Si servirono di Ricci Ruggero, vicino e buon amico dell’Artusi, a farsi aprire, con minacce, invero, da quelli che lì dentro erano chiusi. Ruggero urlò da basso, come un matto, che c’era un tizio giù con un contratto, molto importante, proprio un bell’affare, rimaneva soltanto da firmare. 72 Di Pellegrino il buon padre abboccò, scese ed aprì le porte ai malviventi, che strazio fecero di tutto ciò ch’erano gioelli soldi oro e argenti, con gran paura dei malcapitati, di tutto quel che c’era derubati. Le due sorelle, con paura in petto, cercarano rifugio sopra al tetto. 73 In seguito l’Artusi riveló che, in quella disgraziata circostanza, riconobbe la faccia di chi osò partecipare alla truce mattanza: figura sinistra, faccia crudele, in grado di eruttare solo fiele: l’infame Valgimgli, ch’era un prete, colluso della banda nella rete. 74 Personalmente lui partecipava alle rapine della banda infame, il potere di capo gli spettava, per dare sfogo alle tristi sue brame, quando Pelloni a volte era impegnato e ad altri affari loschi interessato. Artusi, questo, al dito si legò, e in seguito poi tutto spifferò. 75 Oltre a quell’altre, c’era la sorella dell’Artusi, Gertrude si chiamava, si difese da fragile donzella, ma violenza subì e lei voleva un grande amore e un futuro diverso, ma subito sentì di avere perso una parte di sè molto importante, un sogno non più azzurro e affascinante. 76 Solo più tardi Gertrude riuscì a liberarsi di quel vile scempio scappando per i tetti, o giù di lì, vittima inerme dell’episodio empio, fu ricondotta a casa dai vicini, ben consapevoli degli abomini, per cui quella ragazza devastata fu nella mente tanto martoriata. 77 Non riuscì più ad essere la stessa, nell’anima covò altri pensieri, ai familiari apparve disconnessa sia negli affetti che nei desideri, negli occhi restò sempre quell’orrore frutto della paura e del terrore di quella notte lunga e disperata, presa con furia, rabbia ed umiliata. 78 Dopo queste incresciose avversità, l’ Artusi ripensò a tutto quanto, abbandonò per sempre la città, con decisione e senza alcun rimpianto. Lasciò, quindi, il paese per andare nella bella Firenze e non pensare alla terra insicura abbandonata, ma per certo mai più dimenticata. 79 Gertrude seguì Artusi nella nuova città preziosa, chiamata del Giglio, era per lei un’ulteriore prova per vedere di sciogliere il groviglio di strane sensazioni nella testa, che la rendevano confusa e mesta nel ricordo della tragica notte, da lei vissuta con offese e botte. 80 Ma il bieco male triste continuava a rovinarle l’animo gentile, che in cuor suo totalmente sperava di ritornare felice all’ovile, in cui era cresciuta più tranquilla e risentire almeno una scintilla di quell’antica voglia per la vita, scomparsa all’improvviso e mai rinata. 81 In quel frangente Artusi progettò di mandare Gertrude a respirare l’aria fresca e natìa e, perché no, con buona dote, farla maritare. E così fu, in quel di Bertinoro, con l’Albana da bersi solo in oro, la ragazza fu data a un tipo strano, dal carattere brusco ed inurbano. 82 Mal gliene incolse, povera Gertrude, in un ambiente così bruto e ostile, sempre alle prese con un uomo rude più che al fioretto avvezzo ad un badile. Addirittura la picchiò, insensato, solo perché lei a aveva portato qualcosa da mangiare a chi non era in grado di sfamarsi quella sera. 83 La sua salute in fretta peggiorò straziata da frequenti convulsioni ben presto, con dolore, in crisi andò, e tratte furono le conclusioni. Fu rimandata a casa dal fratello, la decisione sua fu alquanto dura, per non assoggettarsi quel fardello, per lei ci fu una casa di cura. 84 San Benedetto è il nosocomio dove Gertrude rimarrà per undici anni, avrebbe preferito un altro altrove e una vita tranquilla e senza affanni, ma il fato volle agir diversamente, colpendo una ragazza nella mente e dentro sé, ben oltre l’mpossibile, in una storia che ha dell’incredibile. 85 Ivi morì per una polmonite degenerata in maniera importante, le speranze e passioni inaridite la vita sua che passa in un’istante. A Forlimpopoli ancora bambina che sognava una gioia piccolina, poi l’affronto drammatico e umiliante che tutto rovinò, in un istante. 86 Gertrude fu sepolta in un terreno che era sfruttato dal San Benedetto, senza un cordoglio o un solo pianto, almeno e per la colpa di un destino abietto. In seguito quel triste cimitero fu lavorato e dissodato, intero, per i progetti del nuovo acquirente e di quei corpi più si seppe più niente. 87 Pare che Pellegrino l’abbia vista finquando lei lo avesse conosciuto come suo padre, ma non fu una svista, allora era così, è risaputo, la sensibilità era diversa, a volte strana a volte un poco persa, l’indifferenza assunta a giusto modo: altro costume per un triste approdo. 88 Ultimo affronto, voluto o casuale, trattata come ultimo rifiuto, senza una tomba e senza un funerale da sola se ne andò senza, un saluto. Effetti di una strana umanità che premia chi gran merito non ha e spinge a volte quello più innocente a sofferenze inutili ...per niente. 89 Ironia della sorte, quel dottore che l’ebbe in cura e la conosceva, disse che aveva solo un gran dolore che l’animo ammalato la opprimeva, da suo marito troppo disgustata, in stanza sempre stava ritirata, oppure se ne andava a passeggiare nella campagna, sola, a meditare. 90 E sempre taciturna se ne stava ma alle domande rispondeva bene, in effetti, Gertrude, non sembrava da deficienze così afflitta, orbene. Ma quella notte qualcosa scoppiò, e un po’ di lei, da dentro, si fermò. Per quanto mi riguarda, la ragazza, il medico affermò, no, non è pazza. 92 Questi miei versi sono dedicati ai personaggi di cui si è parlato, ma soprattutto a quelli condannati da un miserevole e perverso fato. Mi preme soprattutto ricordare Gertrude e il suo calvario in mezzo a un mare di atrocità, bassezze e incomprensioni meschinità, perfidia e delusioni. 93 E voi, lettori dei mio poemetto, pazienti e comprensivi a non finire, ringrazio con sincero e grande affetto e con abbraccio, ma vorrei capire se vi è piaciuto quanto ho scritto su, o qualche cosa non vi è andata giù, ma, dal momento che ora siete qui, propendo per un, sempre, grato, sì.
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Maria Grazia Cavini
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Bellissimo testo. (Ausilia Giordano)

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