Ero mio fratello a Dachau
Peppe Cassese
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La fuga della luce distratta
dietro i fili di ferro
sul terreno aperto al vento
a gridare libero
anche se stoltamente
tra le foglie appena nate
una notte di marzo del ’43.
La corsa in alto
nota distaccata
fresco sapore di mare
oltre la frontiera delle nuvole
raccolte e pesanti
ad abbracciare il cielo
e poi giù
a bruciare gli occhi
stanchi alla finestra cieca
con la crudeltà di una tortura.
Ero mio fratello a Dachau
sfortunato ebreo errante
camiciaio di piccola taglia.
Non ho mai contato i giorni
non ho tempo per piangere
e pregare è l’ultimo divertimento.
Giuseppe trionfò in Egitto
e Mosè ci portò via...
Davide amò una straniera
e Salomone ne volle mille...
Un ladrone fu crocifisso
e la terra si bagnò di sangue.
Ero mio fratello a Dachau
sventurato ebreo errante
camiciaio di piccola taglia.
Una guardia mi ha dato una mela
avrà un po’ di cuore:
era marcia e l’ho mangiata.
Un bambino è morto nel freddo
sulla tavola sotto la mia
e il padre ne ha riso.
Tre volevano fuggire
larve impazzite
e sono rimasti sul filo
nero cartello d’avviso.
Una vecchia ha chiamato Javé
con la pioggia sul tetto
negli occhi spenti...
Poi ha gridato
sconfiggendo il silenzio.
Domani vedrò l’ultimo sole
oscurato dal fumo dei camini.
Ero mio fratello a Dachau
sterminato ebreo errante
camiciaio di piccola taglia.
Nola 27 gennaio 1971
©
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Peppe Cassese
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Commenti (1)
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Marcella Usai26 gennaio 2026
Il verso- refrain è il cuore di questo testo forte. Non dice “ero come mio fratello”, ma “ero mio fratello”: annullamento dell’io individuale, fusione con la vittima. È una scelta etica prima ancora che poetica. Il poeta non racconta di Dachau, ma da Dachau, assumendo su di sé la voce di chi non può più parlare. Qui la poesia diventa memoria attiva, non commemorazione distante. Elogi caro Peppe

