Righe e m’apostrofo
Come la fronte della meridiana
stagliata sui muri
che rimandano silenzio
che procede per scorci a somiglianza
dell'umore del sole
che gira intorno le lancette d'un orologio
sempre in affanno d'un forte desiderio
sulla scia del giorno
dove le penne scorrono
col pennello e mano al fiato del vento
che passa da una mano all'altra
a togliere alle statue l'ombra di quel dosso
sullo sfondo
sul solito trono
righe questi solchi sulle vecchie strade
in quel vicolo degli occhi s'allargano.
Col suo corpo nuovo
s'infrange a sbalzi un'onda
non è nient'altro l'un l'altro
del suo trovarsi vergine
solo una volta a riva.
E lo indossi tante volte
come un abito da sposa
poi è solo stargli più vicino
a aiutarlo a germogliare.
La lettera all'inverno
è già spedita
senza più enigmi svanire
al suo vero nome.
Come aprire con una chiave diversa
la porta di un labirinto
e trovarsi un rettilineo cancellato.
Perché quel seme è nel mio solco.
E perché luccicano
i bottoni d'oro del sole
nell'asola del cielo
se non sono un argine
solo col pensiero di pochi
e le parole sono il mondo di poca luce.
L'aspetta la penombra di passaggio.
Ho dimenticato a raccontare
gli occhiali al punto
e di nuove sillabe m'apostrofo.
©
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