pensiero n°22
Invano attese lo scricchiolare del pomello. La polvere aveva oscurato la sua lucentezza. Nel luttuoso e putrido dormitorio le parole senza senso echeggiavano nell'attesa e vaneggiando un notevole senso critico si perdevano in uno sbadiglio. Nessuno mai avrebbe interferito nelle sue convinzioni,nemmeno egli stesso. "la guerra è finita amico...non sono mica stupido io..." .Queste erano le parole che ripeteva con tono deciso. Nei miei giorni di studio passati ad osservare quell'anziano professore avevo capito una cosa: che la tesi sulle paranoie scelta in questo nosocomio mi avrebbe cambiato. I giorni passavano con palpabile lentezza e la sua ansia di fissare in continuazione quella porta mi era entrata nella testa come se anche io stessi aspettando qualcosa o qualcuno. Ma chi? E cosa? Nelle serate mondane non riuscivo a staccarmi e la curiosità di sapere il "mistero" del professore mi distoglieva dalle mie abitudini. Le uniche informazioni che mi erano state date è che aveva insegnato per trent'anni in un'accademia militare e aveva preso una medaglia al valore nella guerra del Vietnam perdendo la funzionalità degli arti inferiori. Nessuna parentela, nessun amico. Niente di niente insomma. Ma allora... cosa o chi stava aspettando da cinque anni? "Devi solo concentrarti sugli atteggiamenti e sui modi comportamentali del paziente paranoico e non immedesimartici". Queste le parole del mio "saccente" professore. Ma la mia testardaggine mi induceva a guardare oltre. Oltre quel testo scolastico che tra l'altro non mi sembrava un granché.Io volevo aiutare quell'uomo. Volevo rendermi utile.. Forse avevo sbagliato scuola.
Avrei dovuto fare il missionario. Ma che sto dicendo? Debbo rientrare nei ranghi. Laurearmi. Fare felici i miei genitori che tanto hanno fatto per farmi studiare. E poi... e poi... Vedremo. Era la terza settimana. Il vento sbatteva con irruenza contro i vetri e il temporale aveva spezzato i rami dell'albero che si intravedeva dall'unica finestra della stanza. Fu allora che accadde il tutto... Il vecchio, nei suoi soliti sproloqui, mi prese la mano e con gli occhi lucidi mi disse:"l'ho aspettata per così tanto tempo che temevo non arrivasse più. Tu però non aspettarla mai... E' così ritardataria che ti fa perdere solo del tempo prezioso. E poi... tu sei così giovane...". Chiuse gli occhi e con il volto sereno emanò un ultimo respiro. Era morto. Tutti questi anni ad aspettare la morte, la fine delle proprie sofferenze. In un miscuglio di rabbia e di indignazione restai immobile, colpevole di non averlo capito. Il "mistero" era stato svelato. Dopo aver assorbito il colpo presi il quaderno degli appunti e scrissi che forse il paziente era stato sempre cosciente e che aveva finto per tutto questo tempo per non essere disturbato. Le paranoie sono delle verità nascoste difficili da capire e spesso insopportabili da poter spiegare. La tesi non fu un gran successo, dissero che mi ero fatto coinvolgere troppo dalla situazione. Ma quella lezione di vita non la dimenticherò mai. Adesso ho sessant'anni e sono in ospedale da circa un anno. Ho avuto un Ictus. I medici mi hanno diagnosticato come " caso paranoico" visto i miei finti soliloqui . E' come fare le parole crociate e nell'attesa...è il mio unico divertimento.
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Commenti (3)
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S
Saffo6 aprile 2006
ho passato una deliziosa mezz'ora... scherzi a parte... è un racconto molto avvincente... sei bravo, !
Barbara Di Lorenzo6 aprile 2006
racconto bellissimo, fatto reale e logico, di quella logica che si da per scontata. i soliloqui veritieri da suscitare brividi che sembrano far allargare i pori e alzare i peli. a volte mi sono trovata a guardare quella maniglia, aspettando lo stesso Godot... desiderando e temendo contemporaneamente... non so perché l’abbia fatto ma è accaduto... ma quando ho incrociato lo sguardo di chi aspettava veramente l’apertura di quella porta ne ho capito la sostanziale differenza...
D
Daddo7 aprile 2006
Anche nella lunghezza dei tuoi pensieri si scorgono attimi, emozioni
