Avevo diciott'anni
Arrivo trafelata.
E' la vigilia di Natale e al lavoro abbiamo fatto un brindisi tutti insieme per condire gli auguri di rito, rientro più tardi del solito e a metà scale mia madre mi grida di correre in ospedale, la nonna si è aggravata.
Rapisco al volo mio padre che, ignaro, stava tenendo la contabilità ad un amico ristoratore lì vicino, e ci precipitiamo verso l'ospedale che dista poche centinaia di metri.
Intorno al letto bianco, a fare da separè, solo mia zia e i parenti degli altri degenti del reparto geriatria.
Mi fermo ai piedi del letto, con le mani strette alla spalliera metallica e fredda, e da quel momento in poi tutto ciò che stava intorno scompare.
Immobile, c'è solo lei, distesa coi suoi capelli candidi un pò scomposti, gli occhi chiusi e l'espressione serena.
La memoria mi riporta improvvisamente indietro. Sento la sua voce dolcissima e malinconica che mi racconta tutte le lacrime versate per mio zio Furio, morto nel 44 all'età di vent'anni, durante un bombardamento tedesco, e le sue ultime parole sussurrate appena, fra le sue braccia disperate e inermi, lungo l'argine del fiume. E di Giuseppe, secondogenito morto a pochi mesi senza una ragione precisa, sepolto coi panni del fratello maggiore di 3 anni, tanto era robusto e in apparente salute.
E poi mio nonno Iacopo, un male ai polmoni senza scampo, che la lasciò quando io avevo un mese e mezzo. Nella mia mente si sgrana tutto il rosario dei suoi dolori, insopportabili solo a dirsi e tantomeno ad accettarsi, eppure l'avevo vista sempre in prima linea, coi suoi abiti tutti neri e l'argento che le incorniciava il viso, dolcememte fiero, di donna e madre che non si vuole piegare sotto la fitta sassaiola della vita.
E sale in me la furia, verso l'iniquità dell'esistenza che l'aveva accompagnata e segnata..eppure mai era riuscita a vincerla.
La vedo quasi sorridere e le bisbiglio, dentro di me:
- Dimmi che non vai via nonna, che non mi lasci..lo sai che non puoi farlo, hai ancora tanto da insegnarmi!
Forse è suggestione, ma sono convinta che il suo sorriso si sia accentuato e avverto una carezza lieve nei capelli...poi comprendo che è volata via...il mio angelo è tornato a casa.
In quel momento non riesco a piangere, sento solo un alito fresco sul viso, come una brezza di primavera...la nostra primavera,nonna...siamo nate entrambe in aprile, a pochi giorni di distanza, e la primavera tua l'hai regalata a me, adesso, a te non serve più..ti aspetta l'estate là dove stai andando, al centro della luce dove la tua fede non ha mai vacillato.
Non ho mai accettato la sua partenza, il mio egoismo esigeva che lei restasse, perchè era ed è, la parte più importante di me.
Eppure sapevo che le sue fatiche terrene avrebbero prima o poi trovato il giusto e meritato riposo, altrove.
Ma avevo solo diciott'anni.
Scrivere è nel mio DNA ,ho iniziato da bambina,qualche decennio fa.... traballando,senza una reale mèta,ma solo con la maturità ho imboccato la strada che sento appartenermi e più ancora di recente ho scoperto che "leggersi" a vicenda arricchisce molto e , che per poter suscitare emozioni, bisogna per primi averne res
La bacheca del racconto
Le sensazioni lasciate dai lettori.
mi ha toccato profondamente (Benedetta Cavazza Miciamalvina)
Di estrema bellezza, toccante e intenso. Brava! (Rita Minniti)
Commenti (0)
Ancora nessun commento su questo racconto. Se ti va, scrivi il primo!
