Trappole
Pasquale Lettieri
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Ancora accesa resta la fiamma sul moccolo della candela, anche se con le tante messe, la cera, il sudore della stessa non si è mai consumato. Eppure, si dice che il tempo resetta, cancella, ristabilisce quell’ armonia del primo vagito, del primo contatto con l’ aria, del primo approdo nel porto della vita. Certi ricordi sono cicatrici infierite da lame taglienti d’ infauste storie d’ amore e non, da lutti e perdite di persone care con le quali si condivide un pezzo di strada esistenziale, quali, non finite per indifferenza, lasciti, stanchezza, voglia di altro, ma principalmente per male sorte, se così si può dire, o destino, quale infierisce sull’ andamento, sui binari, sul percorso esistenziale delle persone rimettendo il punto e a capo, senza avere nessuna misericordia per la fragilità dell’ uomo e della sua storia che cambia, muta, diviene altro, una terra colpita da un meteorite proveniente da un’ altra galassia a noi sconosciuta. Per quanto sforzi poi, si faranno per riempire il buco procurato non basterà terreno. Ci resta solo il moccolo del ricordo, la cera accumulata sul piattino di bronzo, l’ incenso del ricordo e la lama del coltello nel costato sanguinante. A volte accade.
Accade che le parole senza vestirsi
dell’ abito del sentire,
nude appaiono senza colore e senza sorriso,
perdono peso.
Magre restano sulla tavola apparecchiata
per accoglierle.
Non hanno suono, non cantano...
Non sono morbide come il pane fatto di grano,
o dolce come il zibibbo di Nicosia.
Zoppicano, e il filo che le lega
a quel sentire forte la verità cruda dell’esistere,
dei sommossamenti, dei movimenti,
degli accadimenti della vita che passa,
che spazza via un percorso, si spezza.
Si rimane così con la propria vita sospesa
in un tempo muto, senza filo che congiunge,
dove il tacere aspetta la primavera
per urlare e cantare.
Si resta in attesa del verbo creare,
in attesa della luce o della segnaletica luminosa
che ci indica una nuova strada,
un nuovo sentiero, una nuova mensa
apparecchiata con amore,
dove vocali e nuove lettere, vestite
con abiti sgargianti formano la nuova
mensa, una nuova combinazione di suoni
che partoriscono idee che nutrono.
In poche parole, per creare fuoco e vita
Accade che le parole senza vestirsi
dell’ abito del sentire,
nude appaiono senza colore e senza sorriso,
perdono peso.
Magre restano sulla tavola apparecchiata
per accoglierle.
Non hanno suono, non cantano...
Non sono morbide come il pane fatto di grano,
o dolce come il zibibbo di Nicosia.
Zoppicano, e il filo che le lega
a quel sentire forte la verità cruda dell’esistere,
dei sommossamenti, dei movimenti,
degli accadimenti della vita che passa,
che spazza via un percorso, si spezza.
Si rimane così con la propria vita sospesa
in un tempo muto, senza filo che congiunge,
dove il tacere aspetta la primavera
per urlare e cantare.
Si resta in attesa del verbo creare,
in attesa della luce o della segnaletica luminosa
che ci indica una nuova strada,
un nuovo sentiero, una nuova mensa
apparecchiata con amore,
dove vocali e nuove lettere, vestite
con abiti sgargianti formano la nuova
mensa, una nuova combinazione di suoni
che partoriscono idee che nutrono.
In poche parole, per creare fuoco e vita
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I fatti e i personaggi narrati in questo racconto sono frutto di fantasia: ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
L'autore
Pasquale Lettieri
La bellezza dell’essere sta nella tolleranza, nella comprensione, nella fiducia, nell’accettare il diverso che dentro di noi muta. Nel porre soprattutto ogni giorno, fiducia alla vita. Sono sempre interessato a quello che accade dentro di me, sin da piccolo, in particolare a come rotolano le biglie sul tappeto ver
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