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Sociale e Cronaca 31 luglio 2026 · lettura 14 min · 7 letture

Solitudine

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Franca Canfora 10 racconti pubblicati
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Solitudine

Eligio varcò il piccolo cancello di ferro del giardino comunale, i cardini arrugginiti stridettero al suo passaggio. Come ogni mattina, estate o inverno che fosse, non rinunciava ad una passeggiata fino al parco, in compagnia di un giornale, che fingeva di leggere, e del suo bastone, si avvicinava alla solita panchina verde proprio di fronte alla grande fontana e al furgone delle bibite. Gianni, il proprietario, lo salutò con un cenno del capo; ormai Eligio conosceva quasi a memoria visi e nomi di chi passava lì davanti, un modo come un altro per non sentirsi solo. Già, la solitudine, la sua pena più grande, un dolore quasi fisico, che si ammorbidiva solo in quelle ore d’ aria. Fingeva che quelle persone passassero di lì solo per lui, per salutarlo e sapere come stesse, e chiedere se avesse bisogno di nulla.

Aveva due figli maschi e quattro nipoti, ma le nuore non lo avevano voluto in casa quando era rimasto vedovo. Le telefonate che riceveva erano solo chiamate pubblicitarie, a cui rispondeva gentilmente, allungando la conversazione tanto per fare due chiacchiere. Dai suoi ragazzi un raro saluto frettoloso, per lo più alle feste comandate, al compleanno, ricorrenze che trascorreva tristemente. “ Hanno tanto da fare, hanno le loro vite, il lavoro” li difendeva scuotendo il capo, e giustificando l’ ingratitudine.

Così Eligio aveva costruito un mondo parallelo, immaginando in quello spazio all’ aperto ogni sorta di appuntamento inderogabile, e amicizia, per rompere la catena che lo teneva ancorato al silenzio.

Anche quel giorno sedette come sempre sulla sua panchina d’ angolo, con la visuale sul viale d’ ingresso, sui viali perpendicolari e godendo dello scrosciare della bella fontana, aprendo il giornale, inforcando gli occhiali a mezz’ asta sul naso, iniziando a sbirciare intorno.

Ben presto la sua attesa non rimase delusa, la signora Bice e suo marito in bicicletta attraversarono il vialetto; arrivati davanti al chiosco presero due bottiglie di acqua, sostarono per bere e ripartirono. Eligio sentì il marito incitare la moglie ” Su Bice, ancora pochi metri e torniamo indietro”, “ Va bene Mario” rispose lei, vistosamente accaldata. Così ogni mattina, sorridenti e innamorati nonostante i capelli grigi. Qualche volta li aveva visti portare le biciclette a mano, camminando l’ uno accanto all’ altra in un vociare complice ed allegro, scattare qualche foto davanti agli scherzi d’ acqua che in controluce illuminavano i capelli della signora Bice, oppure sostare nei pressi del chiosco, seduti sulla panchina di fronte alla sua, le mani intrecciate mentre leggevano un libro riposando un po’. Eligio non poteva non pensare alla sua Lidia, a come era stata bella, al loro amore, alla vita insieme, fino a quel brutto giorno. Eh sì, era stata proprio bella la sua Lidia, la più bella della scuola, i lunghi capelli biondi, gli occhi color del cielo, e il sorriso, ah quel sorriso, come dimenticarlo! Era proprio quello che lo aveva fatto innamorare tanti anni prima, in un giorno di primavera. Da allora non si erano più lasciati, e ne avevano percorsa di strada insieme, spesso faticando, ma sempre uniti e innamorati, collezionando ricordi, tanti. Poi una mattina d’ inverno quasi scusandosi gli aveva detto “ non mi sento bene sai, mi siedo sul divano” Lei che non aveva mai tempo per riposare e fermarsi, d’ improvviso rimase così, come addormentata sul sofà, la testa appena reclinata, in un ultimo sorriso. Scosse il capo, asciugando una lacrima furtiva, che, a quel ricordo, non riusciva mai a trattenere, e rispose al veloce cenno di saluto della coppia, poi tornò a fissare il vialetto, da dietro il giornale.

Il ragionier Rossi avanzava a passo spedito, il telefonino incollato all’ orecchio: “ Si ingegnere sono Rossi, tranquillo sto arrivando, sono lì entro 10 minuti” e salutando Eligio con la mano ingombra ed un sorriso, arrancando prese il viale dietro la fontana, a 10 metri l’ uscita immetteva sul corso, da lì avrebbe raggiunto l’ ufficio della grande multinazionale che aveva sede poco lontano. Povero ragioniere! correva sbuffando, la valigetta in una mano, il telefonino nell’ altra, ed ogni giorno sembrava più stanco. Qualche volta si era fermato per riprendere fiato, perennemente in agitazione, finché una mattina di alcuni mesi prima, evidentemente distrutto dalla stanchezza, si era seduto sulla panchina, accanto ad Eligio, e come un torrente in piena gli aveva confidato le sue disavventure in ufficio, alla mercé di un capo dispotico. Il povero ragioniere doveva svolgere incarichi esterni, e correva da mattina a sera da un ufficio all’ altro vessato costantemente dal suo superiore, che, va a capirne il motivo, non lo aveva in nessuna simpatia, e non ne faceva mistero con nessuno, bistrattandolo ad ogni possibile occasione. Eligio lo aveva ascoltato con attenzione e ci aveva parlato a lungo dandogli conforto e buoni consigli, e mettendosi a disposizione ogni qualvolta avesse avuto bisogno di una spalla amica. Quel giorno si era sentito di nuovo utile a qualcuno, indispensabile quasi.

Quanto tempo era passato da quando aveva smesso di lavorare? Eligio fece un rapido calcolo, più di 20 anni; sorrise amaramente pensando alle cose che aveva sperato di fare e troppo a lungo rimandate, e che con la pensione erano ormai a portata di mano. Ma i figli a quel tempo erano appena sposati e ben presto, con l’ arrivo dei nipotini avevano chiesto ai nonni di farsene carico; lui e Lidia si erano sobbarcati il lavoro di baby sitter, ma con gioia e tanto amore, dimenticando sogni e desideri, buttandosi anima e corpo nella nuova avventura. Il tempo era passato in fretta, troppo in fretta, ed i ragazzi ormai grandi non avevano più nessuna necessità dei nonni, che senza tante cerimonie erano stati messi da parte. “ E’ la vita”, si ripeteva Eligio, “ sono giovani, hanno bisogno dei loro coetanei non di un vecchio come me, poi ora che sono solo sarei troppo di peso per loro”. Sospirò e tornò a guardarsi intorno.

Dal cancello entrò una signora in carrozzina, sospinta da una donna. La signora Ester doveva avere forse più di 80 anni, sempre ben vestita e pettinata, sicuramente una donna di classe ai suoi tempi. “ Ester vuole che le tiri su la coperta, ha freddo?” “ No Clara, grazie, proseguiamo”. Arrivati vicino ad Eligio si fermarono, lo salutarono calorosamente e si fermarono a chiacchierare piacevolmente per un po’. La signora Ester viveva in una grande villa poco distante, vedova di un facoltoso uomo d’ affari, aveva goduto agi e privilegi della sua condizione, viaggiando per il mondo. Non aveva avuto figli e una volta rimasta vedova aveva preso con sé Clara, la sua governante. Da anni al suo servizio, devota e discreta la seguiva e si prendeva cura di lei come e meglio di una figlia. Dopo essersi salutati e ripromessi di rivedersi il giorno seguente, Ester e Clara si diressero lungo il viale sparendo ben presto alla sua vista.

Eligio pensò alla fortuna di essere ancora in salute, di non dover dipendere da nessuno, però l’ idea di prendere qualcuno in casa lo solleticava da tempo, e ogni giorno vedendo Ester sembrava convincersene sempre di più. Ci doveva pensare sul serio, si diceva, e avrebbe risolto anche il problema della solitudine. Doveva farlo, però ogni volta finiva per scuotere la testa e rimandare all’ infinito.

Riaprì il giornale distrattamente, a rovescio, fingendo di leggerlo e aguzzando gli occhi sul viale.

Oggi il signor Roberto non era venuto a passeggio con il nipotino. Forse era troppo fresco per la passeggiata, o forse il bambino stava poco bene. “ Eh i nonni, che grande risorsa, finché servono”, si disse Eligio con amarezza. Roberto apparve di lì a poco, trascinando con fatica un carrello della spesa, che cigolava vistosamente per quanto era ricolmo. “ Buongiorno Eligio” “ Oh caro Roberto, come mai solo oggi?” “ Il bimbo non sta bene, è rimasto con mia moglie, ma in casa c’ era bisogno di fare la spesa, così sono dovuto uscire e al rientro ho tagliato per il parco per fare prima. Sono stanco morto, ma che vuoi farci Eligio, se non li aiutiamo noi!” E così dicendo, ansimando, spalancò le braccia, poi prese un fazzoletto, si asciugò il sudore sulla fronte, e con un breve “ Ci rivediamo presto, vado di fretta dal mio angioletto, buona giornata”, e sorridendo arrancò con il pesante carico lungo il viale più corto, varcò il cancello e sparì alla sua vista.

Già, pensò Eligio, se non li aiutiamo noi, ma poi a noi chi ci aiuta? Scaricati come sacchi, dimenticati come gingilli chiusi in un cassetto. Preziosi finché serviamo, poi in restiamo così, in un angolo, dimenticati, ecco la ricompensa. E di nuovo scosse la testa sconfortato.

Due giovani suore attraversarono il viale principale, per mano alcuni bambini, altri festosamente attorno, saltellando e vociando allegramente. Erano i piccoli ospiti di un istituto lì vicino, le suore li portavano al parco per una breve passeggiata, erano tenere anime sperdute e abbandonate di cui si prendevano cura. Le piccole manine lo salutarono come ogni giorno, e un fragoroso “ Ciao Eligio!” risuonò nel parco, le suore sorrisero e continuarono il breve tragitto finché il vociare e l’ allegria svanirono oltre il cancello. “ Povere creature, così indifesi, e soli”. Eligio quando poteva donava qualcosa alle suore, o portava dei piccoli giochi, che andava personalmente a comperare. Era poca cosa, lo sapeva bene, ma rovistare tra gli scaffali del grande magazzino e immaginare i visi dei bimbi schiudersi in un sorriso o in un “ Oh??” di meraviglia lo riempiva di gioia. Ancora quel senso di essere utile a qualcuno, di fare e dare, di non essere solo, e soprattutto solo un peso.

Un gatto randagio si avvicinò, miagolando piano. “ Buongiorno Amilcare, hai fame?” Eligio tirò fuori dei croccantini, li comperava apposta per quel micione dal morbido pelo fulvo e folto, e ogni mattina gliene portava un po’. Lo aveva chiamato come il suo miglior amico d’ infanzia e quelle fusa ogni giorno erano una carezza per l’ anima.

Amilcare, quello in carne e ossa, era stato suo compagno di banco sin dalle elementari, e aveva condiviso con lui ogni avventura e ogni segreto, come quello del suo amore per Lidia. Amilcare non era stato da meno, fu Eligio il primo a sapere della decisione di diventare sacerdote, decisione che non era stata presa benissimo in famiglia. Eligio lo aveva sostenuto e incoraggiato fin quando, dopo non senza fatica, aveva preso i voti e una volta divenuto missionario era partito per l’ Amazzonia. Erano rimasti in contatto per un po’, poi tra la lontananza e gli impegni personali le loro strade si erano divise per sempre. Da tempo non lo sentiva, ma se lo ricordava forte e robusto, i grandi occhi nocciola e con un gran ciuffo di capelli ribelli, rossi.

Amilcare, il gatto, miagolò fragorosamente, strusciandosi contro le gambe di Eligio, reclamando carezze, ma soprattutto una seconda dose di croccantini che divorò in poco tempo. Poi leccatosi i baffi ed essersi stiracchiato ben bene, ormai sazio, drizzò la coda e dignitosamente si allontanò trotterellando per il parco.

Eligio guardò l’ orologio, quasi mezzogiorno, sospirando pensò al pranzo che non aveva nessuna voglia di preparare. Oggi avrebbe fatto uno strappo, sarebbe passato alla rosticceria poco distante da casa, qualcosa di pronto e di buono sicuramente l’ avrebbe trovata. Ripiegò il giornale con lentezza, ripose gli occhiali, prese il bastone e si alzò pigramente, prolungando per qualche istante ancora quel senso di appartenenza a qualcosa, a qualcuno. Salutò Gianni che dal suo bancone, intento a vendere panini e bibite, gli sorrise. Poi con un ultimo sguardo cercando inutilmente altri visi all’ orizzonte, un passo dopo l’ altro, lentamente, tornò alla sua solitudine, fino all’ indomani.



 

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I fatti e i personaggi narrati in questo racconto sono frutto di fantasia: ogni riferimento a persone o fatti reali è puramente casuale.
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L'autore
Franca Canfora

Difficile parlare di me, dirvi chi sono con poche parole. Franca in fondo è solo una semplice sognatrice, per la quale la poesia è passione, voglia di raccontare emozioni, gioie, dolori, ma anche cura dell’anima. Per questo lascio aperta la porta del cuore, lasciando che a parlare sia proprio lui, il centro del mio mon

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