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Impressioni 23 gennaio 2011 · lettura 1 min · 3541 letture

Versi accoppiati

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Antonio Terracciano 1000 poesie pubblicate
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In officina buia forgia il poeta capolavori ad altri destinati; per il raggiungimento della meta non servono gli ambienti illuminati. Se qualche cosa a volte un po’ l’inquieta, sono spesso i lustrini colorati, è il mondo luccicante che gli vieta tanti pensieri densi e concentrati. Sopra la carta, come sulla seta, avanzano i suoi versi, ed accoppiati per darsi più coraggio; per l’esteta sembrano messi in musica e cantati.
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Superficialmente, si tende a credere che i "versi accoppiati" (cioè in rima) abbiano avuto, in passato, una funzione essenzialmente mnemonica, che siano serviti cioè a meglio memorizzare le poesie, e che ora, venuto a mancare il valore della memoria orale, essi non servano più. Ma la cosa è forse un po' più complessa. Nel suo libro "La metrica" (ed. Garzanti, 1984), Mario Ramous, alle pagg. 48- 51, scriveva che la rima "non può essere considerata un semplice ornamento eufonico (...) perché è sulla sillaba tonica della rima che cade l'unico accento insopprimibile del verso italiano (...), fornendo così un tasso d'informazione altamente rilevato. (...) Come osserva Jakobson, 'la rima implica necessariamente una relazione semantica fra le unità che rimano fra loro', perché 'il fenomeno della struttura del verso, in ultima analisi, risulta sempre un fenomeno di significato' . (...) Vero è che la musicalità della rima è prodotta sì dalla fonetica, ma non solo da questa, perché dipende anche dalla semantica delle parole, che è inscindibile dalla prima. (...) Le parole in rima (...) accrescono l'intensità della comunicazione, costringendoci a riflettere sulle concordanze e sulle differenze che pongono in gioco, ma anche sulle motivazioni inconsce che le stringono in relazione e sull'accentuazione di un significato piuttosto di un altro. La rima (...) ci fornisce, al di là del suo significato primario, un surplus di informazione che coinvolge tutto il componimento poetico. "2 maggio 2017
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L'autore
Antonio Terracciano

Sono un ex insegnante di scuola media (di francese) , e vivo nella cittadina in cui sono nato (a quindici chilometri a nord-est di Napoli) . Da giovane scrissi un centinaio di poesie (quasi tutte adesso da buttare) in versi liberi (e qualcuna anche quasi ermetica) , ma poi, dopo un letargo poetico durato più di trent'

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Commenti (2)

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Silvana Poccioni23 gennaio 2011

"Non servono gli ambienti illuminati". Mi piace molto questo concetto polisemico: non serve la luce per il poeta, che vede al buio anche ciò che gli altri non sono in grado di vedere neppure in pieno sole e nello stesso tempo egli non ha bisogno di mettersi in mostra, osannato in cerimonie ufficiali, che spesso premiano non il talento, ma il nome o il privilegio di buone conoscenze nell'ambiente. Molto, molto gradita.

carla vercelli8 giugno 2017

Trovo superlativa, in particolare, l'ultima strofa di questa poesia, che poi, mi pare, è anche l'aspetto sottolineato nella splendida considerazione citata da Terracciano: l'importanza non solo fonetica, ma anche più generalmente musicale e anche contenutistica e semantica della rima stessa, i "versi accoppiati, " appunto, che avanzano così per darsi coraggio e sono apprezzabili esteticamente proprio per tutte queste ragioni. Molto piaciuta ed apprezzata!