Gracile e velata compagnìa
Anche dalle fessure
di quel leviatano ocra
vivo di cemento armato,
mi fissi e spiri un po' di te.
Mai lasciasti la mia mano,
piazza di venature feconde
sullo scivolo del tuo arbitrio,
e lontana contavi i miei passi.
Come alito freddo, d'estate
a rinverdire le miserie;
quei campi d'azzardo e grano
su cui stesa la mente poggiava.
E quante volte ti diedi nome!
E sempre nuovo il tuo corpo;
verbo di stelle rimaste mute
oltre i palazzi e viste mai.
Fruscìo e sorriso forzato,
smorfia di troppa luce.
La malinconia è culla ferma
nella cui osservo e pendo.
©
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L'autore
luigi88
Sono voce e volto (purtroppo) di una follia in ascesa continua...il resto chi vorrà, potrà leggerlo, ma senza troppa cura.....
Commenti (1)
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In Venere veritas15 aprile 2011
è...più... non so leggera del solito, come se fossi oltre

